She’s gone…

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I loved her but now I’ve lost her, loves in vain.
I watch a funeral in the rain.
I watch a funeral in the rain.

All the world, knows the girl.
All the world, knows she’s gone.
She’s gone…… She’s gone…. (Chris Isaak)

Tutto passa. Così leggiamo sulla pagina di Pamela. In copertina il sole, il mare, bagnanti in acqua controluce come piccole ombre sfuggite alla vita. Lei è di spalle a sinistra, le braccia innalzate a voler assaporare la luce del sole fin nel suo ultimo raggio. Una ragazza come tante. Inciampata in storie di droga. Sfuggita alla comunità, nel tentativo di riprovare l’ebbrezza di una dose, una soltanto. Dà assuefazione, non sai più controllarti. Intendeva “volare senza le ali”. E’ riuscita, ma non è stata più capace di rimanere su questa terra. Ha preso a galleggiare nello spazio infinito. Per mano di un branco di spacciatori che prima d’ammazzarla brutalmente l’ha probabilmente violentata e poi fatta a pezzi quando era ancora in vita. La madre posta una foto dello scorso anno: una rosa lasciata sopra un foglio in occasione della festa della mamma. Leggiamo: “Buongiorno mamma! Pamela”. L’immagine forse più commovente. Un fiore, una rosa per la mamma da parte della figlia che non c’è più. Non c’è più, è stata annientata, distrutta, risucchiata dalla spirale dell’astinenza. L’adolescenza è il periodo maggiormente difficile. Per i ragazzi e per i genitori. Si smarrisce il senso, si perde il coraggio d’andare avanti: Ciao, mio piccolo ricordo in cui nascosi anni di felicità. Ciao, scrive in una delle sue foto postate. Ragazze. Follie. Piccole inquietudini quotidiane. E una rosa, a testimoniare che ci si sarebbe potute ancora svegliare, poggiare s’un foglio una rosa di maggio per la mamma. Salutarla, sorridere, raccontarsi storie. Invece è caduta nella trappola. Ha cercato la dose ai pusher, li ha seguiti nell’appartamento. Un’iniezione, lo stordimento. Gli oggetti hanno cominciato a disfarsi in nebbia. Loro ne avranno approfittato, lei forse avrà reagito all’aggressione inizialmente a sfondo sessuale. Pochi istanti, e la situazione degenera. Il coltello le affonda nei fianchi all’altezza del fegato. Pamela sa che non ne uscirà viva, lotta disperatamente, poi sviene. Respira ancora, quando iniziano a farla a pezzi. E l’atroce dolore si disfa nel sole come la sua ombra controluce. In fondo non siamo niente. La tagliano in più parti con inaudita violenza, il sangue si riversa sul pavimento come al macello, si disfa in schiuma d’onda. Mamma, sussurra Pamela. La madre è disperata, pubblica annunci per ritrovarla. Finché la storia si ferma, finendo in un vicolo cieco. La storia ha voluto che una madre sopravvivesse alla figlia. Che la perdesse nella maniera più atroce. So many things were left unsaid,leggiamo sulla bacheca di Pamela. Tante cose, troppe, rimaste non dette. Nel silenzio brillano le luci sfocate di un mondo crudele, dove i ragazzi crescono troppo in fretta e le madri sopravvivono ai propri sensi di colpa.

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Il diavolo, probabilmente.

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Si chiamava Jessica Valentina Faoro. Aveva 19 anni. Nonostante un’infanzia impossibile e l’altalena da una famiglia all’altra, non aveva ancora realizzato che la vita è più dura di quanto si possa immaginare. Abituata a fuggire. Dalle famiglie che l’accoglievano, dalla vita di comunità. Non aveva niente di suo, cercava mobili in regalo. Possedeva solo un cane, otto mesi di tenerezza infinita: venduto, a chi? Facebook ci racconta di lei, meglio dei tanti articoletti di giornale scritti per aumentare le vendite. Molti le dedicano un bocciolo di rosa, altri scrivono la terra ti sia lieve; qualcuno aggiunge foto di angeli e colombe in volo. Lei, nel frattempo, è stata ammazzata brutalmente e fatta a pezzi nel vile tentativo di nascondere il cadavere. L’uomo era uno psicopatico, e lei stava per andarsene da quel maledetto appartamento, se ne era accorta. Intendeva fuggire: ma dove? Una bacheca piena di condivisioni d’annunci di cani smarriti o maltrattati. Quasi rivedesse se stessa in quegli animali indifesi, e nonostante tutto cercasse disperatamente il calore di una casa, qualcuno che l’amasse. Il suo compagno, El Niño, mostra con fierezza il piercing sulla lingua, la foto di copertina recita: I’m not perfect. I’m original. Strano che non avesse congetturato nulla sulla sistemazione della ragazza. O forse non c’è niente di strano né di originale: è ovvio e in sintonia con il suo essere sbandato. Due sbandati che s’incontrano, troppe tappe bruciate. Una vita a passare oltre: oltre l’infanzia, oltre l’adolescenza, oltre se stessi. Bella, senz’altro: gli occhi stupendi, da diva, i lunghi capelli ossigenati. In una foto insieme a un’amica mostra il dito medio con felice impertinenza. Se la vita mi dà tanto, io le do tanto, sembra dire. Ma morire in quel modo, in un appartamento anonimo, per opera di un maniaco che le forze dell’ordine avrebbero potuto bloccare alla prima segnalazione, fa supporre un disegno diabolico nella trama di un’esistenza infelice, senza genitori né punti di riferimento. Aveva da poco partorito una bimba, data in adozione, incapace persino di badare a se stessa. Sarebbe dovuta andare diversamente. Lo Stato italiano dovrebbe farsi pienamente carico delle vite ai margini, facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro anche a chi non ha una reale formazione scolastica. Invece si lascia correre. La notizia della sua morte ci sorprende, le dedichiamo qualche istante, poi voltiamo pagina. Sua figlia vivrà in un ambiente di speranza, le sarà tenuta nascosta la tragica verità. L’unico riscatto di Jessica, l’unica luce di una vita smarrita e, a differenza dei cani in bacheca, mai più ritrovata.

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Il troll e la farfalla

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Capolavoro indiscusso, The Giant (Jätten) dello svedese Johannes Nyholm (nato nel 1974) dimostra come una storia semplice possa sollevare lo spettatore nella sfera della poesia più pura e incontaminata. E se la magia del cinema ha il potere di evocare attraverso immagini e pensieri i sogni di ciascuno, Nyholm li evoca tutti, con questa fiaba dove il lieto fine sta solo nella testa di Rikard, e nella nostra. Per quanto si possa essere consapevoli che l’attore protagonista, Christian Andrén, sia soltanto truccato, e Rikard in realtà non esista, non possiamo fare a meno di piangere. In fondo tutto il dramma di Rikard si svolge dentro un Gigante, simbolo di quanta forza possa stare racchiusa in un corpo la cui unica colpa è quella di esistere. Il dolore sa essere lieve, ai puri di cuore, anche di fronte al precipizio… Rikard è un ragazzo autistico e deforme, che sta per compiere trent’anni. Separato dalla madre alla nascita, avendo la donna sviluppato una psicosi a causa della malformazione abnorme del figlio, vive in una comunità insieme a ragazzi down e bisognosi di cure. Ma la sua vita ai margini non è da meno di quella degli altri, fuori, che si considerano normali e migliori di lui. Appassionatosi alla pétanque, della quale diviene uno dei migliori giocatori, viene colpito per errore da un componente della squadra. Nonostante la ferita alla testa, riprenderà con costanza, allenandosi anche nella sua piccola camera di comunità. Il suo sogno è quello di poter tornare dalla madre, che vive abbandonata a se stessa in un sordido appartamento, in compagnia di un cacatua bianco libero di girare per la casa costipata di cianfrusaglie. Quando ne sente la mancanza, immagina di essere il Gigante, così attraversa lande e paesaggi sconfinati per raggiungerla. La macchina da presa ci mostra il suo punto di vista attraverso un mascherino: che è al contempo l’occhio del gigante (Rikard ha un solo occhio) e l’occhio magico del cinema, finestra sulla vastità immensa dell’anima, sulle possibilità infinite che ci sono date, al di là di ogni cruda inaccettabile realtà. Non mancano gli episodi di bullismo di cui Rikard sarà oggetto: quello perpetrato dal gruppo di bevitori alla fermata del treno, che dimostra lo squallore e l’aridità di sentimenti di chi di fronte a una malformazione possa sentirsi superiore, fino a deriderlo strappandogli l’amato berretto che usa durante il gioco della pétanque. E poi l’altro, da parte della giocatrice di pallavolo che gli nega la boccia lanciata via per rabbia dal concorrente della squadra avversaria, il quale arriverà penosamente a chiamarlo Jabba The Hutt, ed Elephant Man. In effetti fin dall’inizio Rikard ci ricorda il protagonista del film del 1980, di David Lynch: nelle fattezze, ma anche nel modo di parlare, di essere gentile. Un mostro buono, un’oscenità ripugnante, che in realtà ci dimostra con semplicità e poesia quanto sia l’umanità restante, quella normale, quella dai lineamenti perfetti in grado di essere invincibile alle finali, a generare davvero disgusto e repulsione. Prima della gara decisiva, Rikard monterà in sella al suo triciclo per raggiungere la madre, svegliata dai passi del gigante. I mobili tremano, sotto i suoi passi. Lo stesso pappagallo è in grado di avvertirli e si spaventa. La realtà interiore si confonde con quella fuori, ma se anche accade dentro di noi non è meno reale di quanto ci circonda. La madre andrà alla porta, per controllare attraverso lo spioncino senz’aprirgli. Il ragazzo le porge un regalo attraverso la buca delle lettere: è un foglio che ha dipinto per lei, ricordandole che quel giorno stesso compie trent’anni. La donna non apre, verranno gli infermieri a condurlo via, ma non prima che i due siano riusciti a sfiorarsi le dita attraverso la porta. La donna suona la fisarmonica con il pappagallo sulla spalla, cantando “Tu diventi una farfalla e io divento un troll. Il troll è un bambino…“. Il troll è quell’essere deforme che ha partorito trent’anni prima, tanto dolce e sensibile, tanto coraggioso da andare incontro alla donna, impersonando il Gigante, per accoglierla nel palmo della mano quando lei deciderà di gettarsi dalla finestra, liberando l’uccello immacolato. Rikard cadrà colpito da uno spettatore che gli lancerà la boccia sul volto, proprio mentre starà per vincere. Sarà condotto via in ambulanza, ma gli verrà incontro il Gigante buono che poco prima ha salvato la vita a sua madre, o almeno, così accade dentro la sua testa e dentro quella dello spettatore. Perché ogni fiaba vera ha un suo lieto fine.

 

 

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Bright Nights

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Un padre che ne perde un altro. Un funerale in Norvegia, dove i paesaggi sono incontaminati e la Natura è così immensa che quasi sovrasta pensieri e dialoghi. Michael lascerà Berlino per recarsi al funerale del padre che non vede da cinque anni, portando con sé suo figlio col quale ha perso ogni rapporto dopo la separazione dalla moglie. Una storia attuale, che mostra ancora una volta la disintegrazione della famiglia e la scelta di vivere in solitudine, a partire dalla decisione del nonno di abbandonare la Germania per ritirarsi in uno chalet in mezzo al verde, senza più legami. Viviamo nella distanza, nella separazione, sembra affermare Arslan. I dialoghi fra Michael e sua sorella prima, che sceglierà di non recarsi al funerale, e con sua moglie, si svolgeranno solo per telefono. Laddove nella sequenza finale uomo e donna non saranno nemmeno in grado di comunicare, né la moglie di voltarsi indietro a guardarlo. Un mondo asettico, pulito, fatto di comunicazioni a distanza e musica ascoltata al cellulare, in cui ciascun personaggio vive per sé, rinchiuso in una prigione che egli stesso si è scelto: Luis vive rabbiosamente ascoltando musica con le cuffie, mentre il padre cerca invano di parlargli, di stabilire un contatto. Michael ha interrotto i suoi rapporti e cerca di recuperare quanto inevitabilmente negli anni ha perso. Sarà infastidito dalla voce meccanica del GPS, nella misura in cui tenta disperatamente di recuperare i rapporti umani con il figlio adolescente. Un’occasione per trascorrere qualche giorno di vacanza insieme, senza tuttavia aver messo al corrente il figlio del suo progetto. Il viaggio è da sempre oggetto di trasposizione cinematografica, occasione di scandaglio degli animi, dei cambiamenti interiori. A partire da Viaggio in Italia, occasione per Rossellini di approfondire il rapporto in crisi fra Alex e Katherine, fino ad approdare a Into the Wild, dove Sean Penn indaga la solitudine portata alle estreme conseguenze. Un film magistralmente interpretato dalle musiche di Ola Fløttum, che con intensità crescente indaga gli spazi immensi del paesaggio norvegese e quelli interiori dei sentimenti fra padre e figlio. E poi c’è il rumore del vento che scuote le foglie dei rami, metafora dell’agitazione che cresce fra i due. Di fronte a tutto questo la Natura appare impassibile, addirittura nemica, quando Michael va in cerca del ragazzo scomparso inciampando e restando poi disteso sulla brughiera, incapace di relazionarsi con il proprio passato e con lo stesso ragazzo. Due generazioni a confronto: un padre che appare un vecchio agli occhi del figlio. Luis riuscirà a relazionarsi soltanto con la coetanea Olga incontrata in riva a un lago, la quale ascolta la stessa musica metal sul cellulare e a sua volta detesta i genitori, considerandoli noiosi e pazzi.  Un divario incolmabile, un’incomprensione che genera tensioni e discussioni continue, ma che pare in qualche modo risolversi nel momento in cui abbandonano l’auto per proseguire a piedi e dormire in tenda. Dopo il litigio e la fuga del ragazzo i due riusciranno ad abbracciarsi, a ritrovarsi. E quando all’aeroporto verrà il momento di separarsi di nuovo, mentre la madre cammina avanti nel parcheggio, indifferente, il figlio troverà il coraggio di voltarsi indietro verso suo padre. Segno che nella vita c’è ancora uno spiraglio, una possibilità di cambiare lo stato delle cose.

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Godless

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In Godless Ralitza Petrova descrive con disincantata verità il mondo di Gana, un’infermiera domiciliare che assiste anziani malati di demenza senile. Senza scrupoli sottrae loro le carte d’identità, coinvolta in un traffico che prenderà una piega peggiore quando una delle pazienti verrà uccisa per errore dal suo compagno, intenzionato soltanto a spaventare la donna che aveva realizzato il raggiro. Ma la prima sequenza si apre proprio su una cavità nella terra: quella dentro la quale era stato probabilmente spinto uno degli anziani che aveva tentato di denunciare il traffico. La macchina da presa inquadra un cane lupo che insegue l’auto s’una strada di montagna fra boschi abbandonati. Il cane crede che il suo padrone sia ancora rinchiuso nel bagagliaio. Corre, non molla, arranca, infine si ferma. Fin dall’inizio scivoliamo nel cuore della terra, sospinti verso il basso: è l’anticamera degli Inferi che stanno per aprirsi davanti ai nostri occhi. Un paesaggio scialbo che mostra una Bulgaria svuotata dei sentimenti, allucinante, annegata dentro distanze che sembrano protendersi sul niente. Palazzi squallidi mostrano interni insignificanti, quasi che la cementificazione avesse invaso la personalità stessa degli individui. Persino i piatti sono scarni: traboccano di misera zuppa o cavoli, mentre i protagonisti – attori di strada – mangiano in silenzio, incapaci di un dialogo che scaldi almeno un poco gli animi. E l’ultima cena fra Gana e la madre chiarirà, attraverso frasi scheletriche, la mancanza assoluta di amore e l’incapacità di ciascuno ad amare: Voglio amare ma non posso. Neanche tu, dirà Gana alla madre, chiedendole poi delle pillole. Come se i farmaci, o la morfina che consuma insieme al compagno con il quale non ha più rapporti, potessero guarire il male di vivere, attutire il dolore che dilaga fra le strade di periferia e dentro i cuori esangui ciascuno. Una vita dove i sogni dell’infanzia sono stati seppelliti da un pezzo: Gana bambina era stata abusata con la complicità del padre, e l’unico sentimento che riesce a provare per lui è soltanto odio. Un amore ridotto a masturbazione e sesso a pagamento, come nello squallore del festino a luci rosse al quale partecipa il magistrato corrotto. Ogni personaggio scivola sempre più in basso. L’unico che sembra seguire un percorso di ascesa verso una salvezza impossibile è proprio quello di Gana: turbata dalla morte dell’anziana, andrà al suo funerale, dove incontrerà Yoan, direttore di coro. Il canto è la sola espressione di un’umanità perduta dietro ai suoi vizi, corrotta e ingrata verso i propri vecchi. Quando l’ultima anziana racconterà i suoi anni felici, mentre qualche lacrima le riga la guancia, Gana sembra commuoversi. E tuttavia le lacrime, quelle vere, le verserà di fronte al corpo esangue di Yoan, ucciso come gli altri nel vano tentativo di denunciare il traffico di documenti d’identità. Per vendicare la morte inutile e in qualche modo redimersi, avrà il coraggio di denunciare gli avvenimenti a un poliziotto. La storia sembra concedere uno stralcio di giustizia: finché ci rendiamo conto che lo stesso poliziotto era corrotto. Anziché dirigersi verso la stazione della polizia, l’auto compirà il percorso inverso a quello dell’inizio: per uccidere Gana e lasciarla scivolare in una cavità simile alle foibe carsiche. Gana non parla, non versa più lacrime. Si limita a riempirsi il palmo della mano di pillole azzurre, per dormire, per non sentire più il mondo scivolare via svuotato di senso, senza nemmeno un Dio che la compianga.

 

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Colo

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Lisbona, come appare a chi ci vive. Vasta, immensa, senza scampo. Una città alienante, agli occhi di chi non ha nemmeno un soldo per mangiare. E quanto viene mostrato in Colo di Teresa Villaverde è proprio ciò che la parola sta a significare: voglia di coccole. Desiderio di accoccolarsi in grembo alle cose e lasciare che passi l’onda della crisi, bisogno di rifugiarsi altrove, che è anche il bisogno di affetto che nutre ciascuno dei personaggi, persino il passarinho Chico, rappresentante silenzioso di un mondo animale che suscita tenerezza e apprensione in Marta, o tristezza e repulsione nella sua amica incinta, la quale entrando nel gabbiotto del pescatore si ritrova dinnanzi al disgustoso spettacolo delle anguille lasciate ad essiccare sui fili. Una famiglia in difficoltà economiche, alla deriva in una periferia che mostra i quartieri ricchi della Torre da Gama soltanto a distanza. I tre vivranno per poco ancora nel grande appartamento ai piani alti di un palazzo signorile. Man mano che la crisi finanziaria – e coniugale – avanza, i tre andranno smarrendo il senso stesso del rientrare a casa. La madre tenterà faticosamente di mantenere due lavori per rimediare ai debiti, ma perderà il lavoro serale. Il padre rimarrà disoccupato, incapace di darsi da fare: si limiterà a farsi il bagno nella grande vasca coprendosi il capo con un secchio, quasi a voler sparire per primo. Marta non avrà il denaro per pagarsi il biglietto dell’autobus, e nonostante tutto tenterà di assistere l’amica in gravidanza conducendola nell’appartamento ormai al buio per via dell’interruzione elettrica conseguente al mancato pagamento delle bollette. L’uomo si ridurrà a prendere in ostaggio un amico di vecchia data per domandargli uno straccio di lavoro, ma ancora una volta non sarà capace di concludere nulla, se non acciambellarsi sulla sabbia dell’oceano e poi denudarsi all’alba abbandonandosi alla forza delle onde glaciali. L’acqua è l’unico elemento in grado di consolare i personaggi: la ritroviamo come forza di unione fra le due amiche indecise sul da farsi, ma anche come riferimento distante che è ciò che simboleggia il fiume Tejo per i suoi abitanti: fiume portatore di storie, di vite, di futuri gravidi d’incertezze. L’amica di Marta abbandona la famiglia per trasferirsi in questa famiglia che sta già naufragando. Ogni personaggio è in realtà un naufrago abbandonato al proprio destino, come in guerra, commenterà la madre di Marta, impersonata dall’attrice Beatriz Batarda. Una guerra persa in partenza dove ciascuno cerca di sopravvivere al suo precario equilibrio.  La famiglia finirà per frantumarsi definitivamente proprio con l’arrivo dell’amica di Marta. La quale salirà all’ultimo piano del palazzo, dove poco prima avevamo lasciato il padre seduto a riflettere, riflettendo sulla propria disperazione. E’ notte fonda, la città risplende nelle sue mille luci, a distanza. Basta poco, si avvicina al precipizio. Allarga le braccia, quasi a librarsi sopra la felicità distante degli altri. Finché interviene il padre di Marta a salvarla. Un nullafacente che salva una sbandata. I due sopravvivono alla tragedia dell’esistere. A morire sarà il passarinho Chico, ritrovato esangue da Marta il giorno seguente. Come se una vita salvata ne dovesse per forza sacrificare un’altra, quella di un povero canarino ammalato, che non potrà più cantare. A seppellirlo sarà il padre, su richiesta di Marta. Ciascuno andrà per la sua strada: la madre di Marta si trasferirà da un’amica per non spendere; il padre andrà a stare con la ragazza incinta dalla nonna di Marta, passivamente abbandonato alla propria condizione d’incertezza ormai cronica. E a Marta non resta che rifugiarsi altrove, nascondersi in qualche tana in attesa che passi la notte: il gabbiotto del pescatore l’accoglierà quasi come quel grembo che tutti hanno cercato invano, e non c’è più.

 

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Gelo

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Frost è l’ultimo lungometraggio di Sharunas Bartas, regista lituano nato nel 1964, fondatore del primo studio di cinema indipendente in Lituania. E’ la storia di una giovane coppia in crisi, che accetta di condurre un carico di aiuti umanitari ai soldati ucraini impegnati nella lotta contro gli indipendentisti filorussi. Risale all’11 ottobre 2017 l’articolo di Paolo Biondani e Giovanni Tizian “I fascisti italiani fanno i mercenari per Putin”: fascisti assoldati in Italia per schierarsi contro il governo di Kiev sostenuto dalla Nato. Ideologi rosso-bruni stranieri e nostrani che terrorizzano e sostengono la guerra antieuropea dei miliziani filorussi. Un istruttore di arti marziali che arruola mercenari nelle nostre città, per spedirli al fronte. Ex poliziotti congedati e militari reduci da altre guerre sporche. […] Anonimi finanziatori russi che pagano i movimenti europei di estrema destra. E due reclutatori di casa nostra con radici politiche opposte: un neofascista e un comunista. Tutti uniti nel nome di Putin. Da un lato Sharunas Bartas indaga gli animi di Inga e Rokas con lucidità distaccata, dall’altro intende scavare soprattutto nelle profondità ideologiche che spingono una parte e l’altra alla guerra. E tuttavia il gelo del titolo non è solo quello esteriore, della neve, del freddo e del paesaggio immobilizzato in una staticità glaciale: è anche il gelo dei sentimenti, dell’amore che si sfalda durante una semplice festa che si terrà in un hotel dove si incontrano giornalisti, attrici, personaggi dello spettacolo e ideologi. Inga tradisce il compagno con il proprio contatto, senza nemmeno sapere perché. Al risveglio nel letto ritroverà l’uomo sdraiato accanto a piangere, come se avesse egli stesso smarrito il senso del vivere. L’uomo è nudo di fronte alla propria solitudine, sembra affermare Bartas. Nudo di fronte all’evidenza delle cose, alla guerra dichiarata da altri, al male di vivere, all’odore dei corpi in decomposizione che il soldato ricorderà a Rokas in un tentativo evidente di dissuaderlo dal portare a termine la missione umanitaria. Quasi che la missione di Rokas voglia coincidere con un tentativo di ristabilire l’amore fra i due. Di documentare attraverso gli scatti allo smartphone ciò che sta al di qua e al di là delle barricate, e al contempo ripristinare una serenità interiore fra sé e Inge. Ma la guerra è guerra: non guarda negli occhi nessuno. Passa sopra i sentimenti, sopra gli ideali, sopra ogni tentativo di capire. Rokas convincerà il soldato di vedetta a condurlo sul fronte che dista appena cinquecento metri dall’accampamento dei soldati ucraini. Si addentrano nella neve, fra magazzini in disuso e campi abbandonati. Finché i primi spari li costringono a una fuga disperata. Il soldato rimarrà ucciso in un locale di macerie e ombre. Rokas gli terrà la mano, stringendogliela per confortarlo, nonostante sia già morto. Frastornato e stordito tenterà di tornare da Inge, camminando incautamente in mezzo alla neve. Sarà una scarica di mitra a porre fine al proprio percorso insensato. Il nemico è là, nonostante non siamo in grado di vederlo. Si limita a sparare, ad ammazzare. Rokas avrà ancora la forza di voltarsi a guardare il cielo coperto gravido di nubi compatte, in mezzo alla neve sporca del suo sangue. Troverà finalmente il coraggio di parlare a Inge, di dirle che andrà tutto bene, che tutto si sistemerà. Rimanendo lì disteso nella coltre bianca, fino a divenire una macchia indistinta nel disegno casuale della neve che ricopre il paesaggio.

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