Eppur questo non basta.

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Solo gli infelici possono entrare nella Zona.

E’ il 1979 quando Andrej Tarkovskij inizia a girare Stalker, liberamente ispirato al romanzo di fantascienza Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, del quale resta ben poco. L’opera del regista russo è piuttosto una monumentale riflessione filosofica intorno al senso dell’agire umano. Attraverso una dissolvenza da nero compaiono i primi insignificanti oggetti all’interno di un tugurio: un tavolino, l’arredo di un tenebroso caffè all’apparenza invaso dalla muffa o dall’oscurità dove da una porta fa capolino il gestore. La luce incerta di due neon pare l’unica entità che consente di assistere a qualcosa, se si eccettua la porta lasciata aperta su un corridoio imprecisato. Ed è dall’oscurità di sinistra, dal lato della macchina da presa e dello spettatore, che fa il suo ingresso quello che verrà chiamato semplicemente Professore. Scorrono i titoli di testa in sovrimpressione, mentre la cupa colonna sonora invade lo spazio filmico. Il Professore sorseggia il suo caffè nel livore di un’alba imprecisata, guardando di tanto in tanto verso lo spettatore. Una dissolvenza a chiudere introduce una didascalia su fondo nero:  Che cos’è stato? La caduta di un meteorite? La visita di abitanti dell’abisso cosmico? Sta di fatto che nel nostro piccolo paese è comparso uno straordinario prodigio: la Zona. Vi abbiamo mandato subito dei soldati. Non sono tornati. Allora abbiamo circondato la Zona con un cordone di polizia… E probabilmente abbiamo fatto bene. Del resto, non lo so, non lo so… Dal buio alla tenue luce della camera dischiusa attraverso cui, con una lenta carrellata in avanti, ci sorprendiamo a varcare la soglia. Non c’è alcun divieto, nessuna scritta No trespassing come accade nel Citizen Kane di Welles, ma alla stessa maniera la pellicola si apre e si chiude in forma circolare e lo spettatore è costretto a spiare dentro una camera da letto scarna, essenziale, dalle pareti lugubri. In lontananza il fischio acuto di un treno e lo sgocciolio di acqua – forse la pioggia appena cessata – rappresentano gli unici suoni di una vita ridotta al bianco e nero con cui l’incipit ci introduce al viaggio. I colori sembrano essere svaniti dal mondo come la felicità. Un bicchiere pieno d’acqua inizia a tremare s’un tavolinetto rotondo al passaggio del treno, finché la macchina da presa si sposta in una carrellata verso sinistra a mostrare una donna e una bambina che dormono, e da ultimo lo Stalker che fissa il vuoto con la fronte aggrottata, ascoltando il ritmo di una beffarda fanfara che intona la Marsigliese in lontananza. Con un lento movimento di macchina verso destra scopriamo la donna ormai sveglia, immobile, e di nuovo il tavolino che trema assieme al bicchiere d’acqua, quasi che gli oggetti respirassero di vita propria e avessero la stessa importanza dei protagonisti. Lo Stalker (Aleksandr Kajdanovskij) si alza, s’infila furtivamente i pantaloni nella stanza gelida e nera, estrae gli scarponi da sotto al letto e li calza, finché abbandona la stanza e la macchina fissa ancora quel letto sfatto dove restano la donna e la bambina. Non è che un letto in ferro battuto, povero, ridotto al minimo: l’essenza della vita da Stalker, della sua missione. Lo Stalker rappresenta l’umanità in cammino, alla perenne ricerca della felicità. E’ attorniata da desideri, pervasa da sogni, accecata dall’invidia e dalle guerre: i carri armati ai confini della Zona sono il simbolo di una civiltà che tende a distruggersi, a distrarsi dal suo cammino. Nella scena iniziale l’uomo torna a fissare il letto, per poi varcare la stessa soglia dalla quale abbiamo fatto ingresso, socchiudere piano quella vecchia porta a due battenti dai vetri anneriti e il legno degradato. Prima ancora d’intraprendere il viaggio attraverso la Zona ci incamminiamo nelle pieghe nascoste dei sentimenti, dell’amore ridotto a compromesso, della famiglia che si ritrova e già è costretta nuovamente a dividersi: Pensa almeno alla tua bambina. Non ha ancora fatto a tempo ad abituarsi a te e vuoi ricominciare, implora la moglie allo Stalker, che infine lascia la casa e inizia a camminare verso un territorio ancora più incerto e incomprensibile. Avvolto dalla nebbia del paesaggio che è anche la nebbia dei sentimenti, dell’incertezza del viaggio che sta per compiere, indossa una giacca frusta, abiti dimessi: per attraversare se stessi bisogna tornare essenziali. Man mano che i protagonisti avanzeranno, andranno liberandosi delle proprie futilità materiali, nella misura in cui il superfluo è la malattia da cui l’umanità è afflitta: lo Scrittore perde il cappello rimasto sull’auto della borghese, il Professore dimenticherà lo zaino. Il mondo è infinitamente noioso, ci spiega la voce dello Scrittore fuori campo mentre lo Stalker attraversa i binari e treni merci che si allontanano nel vuoto di un paesaggio saturo di nebbia. La pioggia ha lasciato grosse pozze in una periferia abbandonata dove lo Scrittore si intrattiene con una bella donna avvolta in una candida pelliccia. I loro discorsi sono futili come lo è diventato il mondo: S:- Non speri nei dischi volanti, sarebbe un fatto troppo interessante. D- E il Triangolo delle Bermude? Non vorrà certo negare che esista.

S:-Lo nego, certo. Non esiste nessun Triangolo delle Bermude. C’è solo il triangolo a-b-c che è uguale al triangolo a1-b1-c1. Non avverte quale triste noia è racchiusa in queste affermazioni? Il Medioevo, quello sì ch’era interessante. In ogni casa c’era uno spirito, in ogni chiesa un dio. Gli uomini erano giovani. Oggi un uomo su quattro è vecchio. Che noia, mia cara, che immensa noia.

D:- Ma lei stesso afferma che la Zona è il prodotto di una civiltà superiore…

S:- Probabilmente ci sarà la stessa noia. Anche lì ci saranno leggi, triangoli. Ma non ci sarà nessun fantasma, e naturalmente nessun Dio. Perché se Dio invece fosse proprio quel triangolo, allora davvero non saprei.

La Zona è il luogo che ancora resiste alla corruzione dell’umanità, prodotto di una civiltà superiore che una volta era felice e si faceva nonostante tutto portatrice di valori. La vecchiaia a cui lo Scrittore allude corrisponde all’incapacità di coltivare i propri sogni, i propri sentimenti. In questo senso la Zona difende a denti stretti la propria essenza: ciò che resta di buono dell’umanità ridotta a sciatteria, a mondanità borghese. Il rimedio dello Scrittore ai suoi mali è l’alcool: beve prima della partenza, intende brindare nel piccolo caffè, ma lo Stalker cercherà di dissuaderlo. Lo Stalker è comprensivo, con i due che intendono intraprendere il viaggio. Sa cosa li aspetta. Il Porcospino ha perso il fratello nel Tritacarne. Il Tritacarne può essere definito come il picco massimo di disperazione che possiamo attraversare in vita.

 Mi hanno sovente domandato cos’è la Zona, che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più impensabili. Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero[1].

Il viaggio nella Zona è un viaggio interiore, in quello che resta della propria coscienza, quel bagliore che ancora illumina chi crede in un’esistenza migliore. Libera dalla materialità più becera, pura come il paesaggio che solo nella Zona può apparire a colori. Fuori, al di là, la realtà è soltanto un triste e smorto bianco e nero. Persino lo Scrittore faticherà a comprendere, definendo la Zona come la trovata idiota di qualcuno. I prescelti a intraprendere il viaggio sono due intellettuali: lo Scrittore e il Professore, rappresentanti malati di un’ideologia che va lentamente allontanandosi dal vero. Eppure sarà proprio l’erranza la loro salvezza. Rivelando come il viaggio dell’umanità alla ricerca della felicità può in fondo condurla a una riflessione interiore che la redime da ogni colpa. Nel suo monologo lo Scrittore affonda dentro se stesso sottoponendo a critica impietosa il proprio ruolo nell’esistenza: A che cosa servono tutte le vostre nozioni? Quale coscienza ne potrà soffrire? La mia? Io non ho coscienza. Ho solamente nervi. Una carogna mi stronca, mi si apre una piaga. Un’altra carogna mi loda, e un’altra piaga. Tu ci metti l’anima, ci metti il cuore, e quelli niente, ti divorano l’anima e il cuore. Tiri fuori dall’anima lo schifo, ti divorano anche lo schifo. Sono tutti colti, senza eccezione. E hanno tutti fama di alta sensibilità. […] Ma che razza di scrittore sono io, se addirittura odio scrivere. Se per me è un tormento, una fatica, un’incombenza dolorosa, vergognosa come schiacciare le emorroidi. Un tempo pensavo che qualcuno sarebbe diventato migliore, grazie ai miei libri. Ma se non servono a nessuno! Creperò, e dopo due giorni mi avranno dimenticato e cominceranno a divorare qualcun altro. Io pensavo di cambiarli, e invece sono stati loro a cambiare me. Mi hanno cambiato a loro immagine e somiglianza. La disperazione dello Scrittore verrà lenita dallo Stalker, che al contrario dei due non desidera altro, dalla vita. Accompagna alla Stanza quanti desiderano la felicità, nella pienezza del suo ruolo, nella consapevolezza della propria importanza, sapendo che gli uomini potranno salvarsi finché crederanno in qualcosa, finché serberanno speranza, e lo comprendiamo nel dialogo iniziale: – Ma lei non ha mai voluto approfittare di quella stanzetta? – Io sto bene così. Il ruolo dello Stalker è accompagnare gli infelici attraverso la Zona: Solo gli infelici possono entrare nella Zona.  Una sorta di angelo che veglia sulle coscienze altrui e custodisce la loro salvezza. L’acqua ne impregna i pensieri e i sogni in un continuo sgocciolio interiore. L’acqua è purificatrice: distilla sogni e desideri, allontana l’ombra scura dei nostri pensieri. Quell’ombra di disperazione forse simboleggiata dal cane nero che insegue i tre attraverso la Zona e infine seguirà lo Stalker fuori, accompagnando la famiglia che si allontana nel paesaggio devastato dall’industrializzazione. L’acqua invade gli spazi dove regna una Natura incontaminata nonostante il passaggio della guerra. I richiami ritmici del cuculo scandiscono un tempo che si dilata in spazio incommensurabile. Allo stesso tempo il richiamo del cuculo rappresenta la nostalgia di qualcosa che è andato perduto per sempre, dimenticato, rimasto sospeso sull’orlo dell’esistenza. Lo Scrittore domanderà allo Stalker che riposa sopra il muschio cosa davvero cerchi chi viene nella Zona: “Sc: – Finora ha portato qui molta gente? St: – Non tanta quanta ne avrei voluto portare. Sc: – Be’, non importa, non è questo il problema. Perché venivano qui? Cosa volevano? St: – Probabilmente la felicità. Sc: – Sì, sì, ma più esattamente, quale felicità? […] In ogni caso le è andata bene. Perché io in tutta la mia vita non ho mai visto un uomo felice. St: – Nemmeno io. Quando escono dalla Stanza li riporto indietro. E dopo non ci rivediamo mai più”.  Lo spazio continuamente muta e si trasforma: la Zona cambia i suoi percorsi a seconda di colui che l’attraversa.  La Zona è dunque metafora di un percorso in cui l’uomo tenta di divenire consapevole di se stesso, ricercando una Verità definitiva riguardo la propria esistenza. […] Come già l’oceano di Solaris veniva definito “sostanza pensante” [e] l’elemento dell’acqua diveniva metafora dello sconfinato universo della mente umana, all’interno della Zona […] l’acqua impregna di sé ogni inquadratura. […] L’acqua è onnipresente […], sia a livello visivo sia a livello sonoro, poiché la Zona non è altro che una rappresentazione dello sconfinato universo della mente umana[2] Il cane nero raggiunge lo Stalker che si è addormentato s’un’isola di muschio in mezzo all’acqua. Gli si accuccia fedelmente accanto, in silenzio. Lo Stalker pare riposare, mentre lo Scrittore, estroflessione mentalsilenziegista, prosegue le sue riflessioni: “Supponiamo pure che io entri in quella Stanza, divento un genio e torno nelle nostre città dimenticate da Dio. […]. Ma l’uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita. E perché deve continuamente dimostrare a se stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio perché dovrei continuare a scrivere?”. La Stanza è dunque il luogo delle possibilità, che sprona ad andare avanti e a essere consapevoli di poter raggiungere la felicità oltre ogni vuoto o illusione. La Stanza è indispensabile perché possa esserci ancora dell’umanità. Senza la Stanza, l’umanità non ha più nulla da sperare, non sarebbe che un ammasso di oggetti senza senso, un cumulo di ambizioni insulse. E’ soltanto il dubbio, il tormento che scava l’anima e la modella come il corso d’acqua con un il letto di un fiume, a nutrirla. Il fluire delle cose, rappresentato in una delle sequenze più potenti della storia del cinema, si mostra ancora una volta attraverso l’acqua, immediatamente dopo la scena del vento che trascina con sé un cumulo di polvere e una nevicata di foglie e pollini. Lo Stalker sogna a occhi aperti. I suoi occhi celesti restano sbarrati nel vuoto, mentre avvertiamo una voce femminile fuori campo recitare i versi del Sesto Sigillo dell’Apocalisse: Ci fu allora un forte terremoto. Il sole diventò scuro, come panno da lutto, e la luna diventò color sangue. Le stelle del cielo caddero sulla terra, come i fichi acerbi cadono dall’albero quando è colpito da vento impetuoso. […] Chi mai potrà sopravvivere? Mentre i versi esauriscono il loro corso, la macchina da presa compie una lunga carrellata sul pelo dell’acqua accanto alla quale riposa lo Stalker: dall’acqua stagnante affiorano i suoi sogni, ma anche tutto ciò che della natura umana rimane: siringhe adagiate sul fondo, specchi sommersi seminascosti dalla melma, una boccia con dei pesci, forse unici sopravvissuti di un’era postatomica indefinita. E ancora, monete coperte dal fango, un’icona di santo andata perduta da tempo immemore, un mitra, vecchi ingranaggi. L’uomo è solo di passaggio, su questo pianeta. La sua vita è breve, la felicità dura un istante, tutto il resto non ha alcuna importanza. Cosa saremo? Dove andremo? Ce lo spiegano i versi scritti dal fratello del Porcospino: E’ fuggita l’estate/ Più nulla rimane/ Si sta bene al sole/ Eppur questo non basta./ Quella che poteva essere una foglia dalle cinque punte/ mi si è posata sulla mano/ Eppur questo non basta./ Né il bene né il male/ sono passati invano. Tutto era chiaro e luminoso/Eppur questo non basta./ La vita mi prendeva sotto l’ala/ Mi proteggeva, mi salvava, ero davvero fortunato/Eppur questo non basta. Non basta vivere. Non basta lasciarsi condurre. La vita è un tormento interiore che solo l’arte può lenire. Gli uomini infelici vengono tenuti in vita grazie alla Stanza, che simboleggia il cuore pulsante della creatività contrapposta all’aridità dei sentimenti e alla devastazione del paesaggio industrializzato. Dalla discussione nasce la verità, che sia stramaledetta! esclama lo Scrittore. La verità è che per realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni bisogna anche abbandonarsi alla sofferenza. Chi non resiste finisce nel Tritacarne, sorta di cloaca fatta di nulla. Il Professore tenterà di distruggere la Stanza con una bomba mentre lo Stalker lo supplica invano: Questo è l’unico posto dove si può venire quando non c’è niente in cui sperare. Nella scena finale lo Stalker, che avrà salvato la Stanza, troverà la compassione di sua moglie: S:- Dio mio, che gente! M:- Sta calmo, non bisogna arrabbiarsi, vanno compatiti. S:- Pensano soltanto a come tenere alto il loro prezzo, pensano di avere una missione da compiere, una vocazione, e che si vive una volta sola. Ma gente così può credere a qualcosa? Nessuno crede più, nessuno.  Chi posso portare là? E la cosa peggiore è che non serve a nessuno, a nessuno serve quella Stanza, e tutti i miei sforzi sono inutili. La Zona è la coscienza umana, e lo Stalker una sorta di angelo a difesa dell’umanità schiava dei propri bisogni, sempre più avara di sentimenti e passioni, ambiziosa senza capacità di sognare, di credere ancora. Ma la Stanza è sempre lì, a portata di mano. Nessuno l’ha ancora distrutta. Luogo di salvezza e speranza persino quando la speranza sembra essersi smarrita.

 

 

[1] Andrej Tarkovskij. Scolpire il tempo. Milano, UBULibri, 1988, pag. 178

[2] https://www.rapportoconfidenziale.org/?p=34714 

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Questo ponte non s’ha da fare.

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Il ponte si farà in cinque mesi (Salvini). Il ponte si farà in otto mesi (Società Autostrade). Intanto si litiga su come levarlo di mezzo, mentre minaccia pioggia e la protezione civile lancia l’allerta gialla. La Diciotti, nave italiana, resta attraccata senza che nessuno venga fatto scendere. Solo i bambini, dopo lunghe insistenze da parte di chi ha una coscienza, sono stati trasportati in ospedale: Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso, scriveva un’operatrice umanitaria di Terre des Hommes. Per il ministro dell’interno Matteo Salvini “sono tutti irregolari”, invece la maggior parte delle persone che da nove giorni sono bloccate sul ponte della nave Ubaldo Diciotti della guardia costiera italiana avrebbe diritto all’asilo politico, (Internazionale). E’ crollato un ponte. Uno dei ponti più lunghi del mondo: quello che unisce l’umanità senza punti cardinali, quello di chi ancora spera, che ancora vorrebbe migliorare, guardare a un futuro senza troppe nubi. Dalla memoria degli italiani già stanno svanendo i nomi di quanti hanno perso la vita nel crollo. Non ci sono più, stanno seguendo il loro destino in una tomba e nella memoria dei familiari. Mosche, abbiate pietà di chi ci ha lasciato. L’Italia volta pagina. Prima o poi bisogna voltarla. Resteranno ossa. Scheletrini dentro tombe silenziose dove la lucertola sfugge allo sguardo. E scheletrini viventi stanno intorno a noi. Sembra che sorridano, tanto sono magri. I denti bianchi affiorano dalla loro carne smunta. Mosche, abbiate pietà. Girate soltanto nelle stanze vuote, senza saltargli addosso. Altri ponti s’innalzeranno verso il cielo, a oscurare i palazzi. Altri ponti uniranno il bianco con il nero, il ricco al povero, il diverso al normale.  Gli italiani, prima di tutto. Poi viene il resto, la marmaglia, la burocrazia, la lotta al becero. Guido in autostrada, pensando al ponte, ascoltando una delle solite canzoni: Oh, life is bigger It’s bigger Than you and you are not me… Attraverso un cavalcavia, mia figlia fa: Mamma, ma adesso crolla anche questo ponte? Sorrido, inconsciamente accelero un poco. No, no, non crolla, non ti preoccupare, le rispondo. Ma è come se stessi rispondendo a me stessa. E’ più grande di te, la vita, e tu hai bisogno di trovare risposte. Ti sottoponi alla mammografia. Alzi il braccio, lo stendi attraverso il macchinario spaziale. Ti tirano la mammella come fosse un prolungamento a sé stante. Dura pochissimo, lo strazio. Ogni volta, poi, c’è da festeggiare. Quando leggete che sono presenti numerose aree anecogene, ma niente di preoccupante. Vi viene da pensare a Grillo che si era opposto persino alla mammografia, ritenendola una truffa a danno delle donne per aumentare i fatturati. Sembra di leggere il parallelo di Crescita Felice sottoscritta dai Cinque Stelle, nel noto documento del Comitato No Gronda: Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta del crollo del ponte Morandi come ha fatto per ultimo anche l’ex Presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non aver letto la Relazione Conclusiva del Dibattito Pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. Gli anni si sono accavallati, l’acqua del Polcevera è passata sotto il ponte portando con sé bugie e verità nascoste, segreti di Stato, omissis. Persino una parte del cimitero di Bolzaneto era crollata nel Polcevera: ossa e bare erano scivolate nel fiume durante l’alluvione del 2014. Qualche resto sarà finito forse in mare. Il mare si riprende le cose. Nel mare finisce il viaggio di molti migranti. L’acqua invade, pervade, abbraccia. Scendi sul fondo, senti i rumori dei motoscafi più forti, mentre tutto il resto svanisce. Le voci dei bagnanti si affievoliscono, i suoni dei motoscafi si propagano nell’acqua. Per sentire solo alcune voci e mettere a tacere le altre, dovete scendere sul fondo del mare. Provateci, almeno una volta. Riuscirete a capire meglio quanto vi circonda. Ian Firth e David Mackanzie stimano in almeno due anni e mezzo la ricostruzione di un ponte durevole: Solo per realizzare una struttura provvisoria serve almeno un anno, almeno due anni e mezzo per un ponte definitivo. La propaganda politica accorcia i tempi. La Società Autostrade teme la revoca e corre ai ripari, offrendosi di ricostruire il ponte. In tutto questo lo Stato si dichiara in diritto di revocare la concessione, dimentico di aver egli stesso abdicato alla propria funzione pubblica, come anche il procuratore Cozzi titolare dell’inchiesta ha affermato. Verrà un altro ponte a oscurare le case, gli alti palazzi. Un altro ponte a dividere o a unire.

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Vuoto

Vigili del fuoco dall'Umbria a Genova

Vigili del fuoco dall’Umbria a Genova

Sopra un cumulo di macerie, al di sotto di un troncone di ponte sospeso nel vuoto, un cane dei soccorsi rischia la vita per salvare i superstiti. Quanto sia davvero consapevole non è lecito saperlo. Non sappiamo nemmeno quanta consapevolezza di un potenziale disastro avesse il buon ingegner Morandi, classe 1902, deceduto nel 1989, fino all’altro ieri ricordato con onore nonostante avesse in ogni suo progetto sbagliato qualche calcolo. Quello per esempio del ponte venezuelano General Rafael Urdaneta, crollato nel 1964, due anni dopo la sua costruzione. Una petroliera fuori controllo si schiantò contro le pile 30 e 31, provocando il crollo di ben tre campate. L’ingegner Morandi non aveva preso in considerazione il passaggio di petroliere di grosse dimensioni. Ogni tanto qualche metro sfugge. L’ingegnere non aveva preso in considerazione nemmeno il deterioramento della struttura in cemento. Quasi che la sua bellezza dovesse per forza superare i timori sulla solidità di un ponte sospeso attraverso la città di Genova. Quer pasticciaccio brutto del General Rafael Urbaneta in fondo non poteva essere paragonato al viadotto Polcevera, inaugurato il 4 settembre del 1967 in una giornata di pioggia e rimasto in piedi almeno fino alle 11:30 di ieri. E in una giornata di diluvio universale è venuta giù la parte centrale, trascinando con sé uno dei piloni, con tutte le auto e i mezzi pesanti che lo stavano malauguratamente attraversando. Nell’immediato è stata individuata la causa nel forte temporale che imperversava. Riflettendo poi con raziocinio, anche i giornalisti meno avvezzi alla valutazione scientifica si sono ricreduti: un po’ di pioggia non può causare il crollo di un viadotto in cemento armato. Come gran parte degli italiani abituati a spostarsi, molte volte ho attraversato quel ponte. Molte volte ho avuto l’impressione di trovarmi vertiginosamente sopra un dondolo alto centinaia di metri. Un ponte all’avanguardia, definito dal professor Bencich un fallimento dell’ingegneria: un ponte ben progettato dura cent’anni senza grossi interventi di manutenzione, ricorda ancora il docente. Mentre questo ne ha necessitato appena vent’anni dopo la sua apertura. La difficoltà di questo ponte sono affogate nel calcestruzzo, non sono in vista, non sono accessibili. E’ facile dire qualcuno ha sbagliato, ma tecnicamente non era un problema semplice. L’altro grosso errore commesso è stato sottovalutare lo stress dei materiali al di sotto del quotidiano passaggio di mezzi pesanti: Genova è un porto di mare, vasta città attraverso la quale sono destinate inevitabilmente a passare merci in grosse quantità. Fra i tanti comitati sorti in questi anni, No-Tav, No-Vax, etc., ce n’è uno che non è sfuggito all’attenzione successiva alla tragedia: è il comitato no-Gronda, che si opponeva alla costruzione di una bretella alternativa al ponte Morandi, giudicata utile dal precedente ministro Delrio e accantonato dall’attuale ministro Toninelli. Il rappresentante del Consiglio Nazionale degli Ingegneri Massimo Mariani spiega come la perdita anche solo di uno strallo, essendo bilanciato con gli altri, possa effettivamente causare il crollo di questa tipologia di ponte: uno strallo è una trave che collega agli altri elementi, che sta a bilancia e non si appoggia da nessun’altra parte. Venendo meno uno strallo, si scompensa anche il resto. Ciò che spaventa, in realtà,  è sapere dagli ingegneri come lo strallo in cemento armato abbia una resistenza inferiore alla trazione esercitata dal passaggio dei mezzi, rispetto a quello in acciaio: dunque è un miracolo che sia rimasto in piedi fino al 2018. Questo spiega come la sua arditezza sia poi all’origine della tragedia. Una bilancia sbilanciata, comunque destinata al collasso. Una mancata diagnosi, o piuttosto un ponte sbagliato per una città con un transito di merci di portata eccezionale sempre maggiore, che non guardava oltre i favolosi anni Sessanta. Le opere di ingegneria, in fondo, devono prendere in considerazione anche la viabilità in relazione alla situazione geografica. Se attraverso un viadotto passano tre auto al giorno, lo stress è molto inferiore rispetto al passaggio di tre tir. Moltiplichiamo il numero reale dei mezzi passati per ciascun giorno, e poi per ogni anno, a partire dalla sua inaugurazione: il crollo era inevitabile, salvo interventi massicci o la chiusura immediata. Se in Italia si costituissero meno comitati e si agisse un po’ più con la testa, e meno con il cuore, non staremmo quì a scavare per ritrovare sopravvissuti o solo salme. Ora è il momento del cordoglio, del rammarico per chi non c’è più. Due famiglie sterminate, almeno una quarantina di vittime. Quanti altri ponti a rischio crollo, in Italia? Alle tragedie c’è sempre una motivazione razionale, e una tragedia di questa portata sarebbe potuta essere evitata: ogni opera è figlia del proprio tempo, e questa opera è figlia della ricostruzione del dopoguerra (Diego Zoppi). Le città si trasformano. E con esse devono evolversi le strutture che le compongono, altrimenti collassano come castelli di carte.

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#troglodita

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Per la sinistra, difendere il concetto di MAMMA e PAPÀ significa essere “trogloditi”. Allora sono orgoglioso di essere un #troglodita. Così leggiamo sulla bacheca del ministro in uno dei social network più noti, in riferimento all’ultimo provvedimento urgente preso dal Governo: sostituire “genitore1” e “genitore2” con “madre” e “padre”. Sulla sua bacheca niente di diverso dai soliti articoli in cui si difende dalle accuse di fascismo, farciti da foto di agnolotti a mezzanotte, caprette con tanto di legenda “io e loro mandiamo un bacione a voi e ai buonisti rosiconi”, oltre che baci e abbracci dalle isole Tremiti e l’ultimo post “Come promesso, sono pronto a fare tutto quello che è in mio potere per evitare che la CAPOTRENO che ha allontanato molestatori e ZINGARI che disturbavano i passeggeri non sia punita in nessun modo.
Anzi, fosse per me dovrebbe essere RINGRAZIATA!”, che annovera ben sessantunomiladuecentosettantasette like alle 17:40 del dieci agosto. Un record. Tutti a crogiolarsi al mare con trentasette o trentotto gradi sotto l’ombrellone, eppure tutti a sprecare tempo prezioso a mettere “like” ai suoi post. No, non proprio tutti. Sessantunomiladuecentosettantasette persone. Una densità quasi paragonabile a Viareggio. Ricordo un aneddoto, anni addietro, relativo ai Rom. Pioveva. Giravo in un mercato di Milano, bazzicando fra le bancarelle. Avevo la borsa a tracolla, con la cerniera ben chiusa. Mentre mi distraggo a guardare alcuni capi, sento un lieve strattone e una voce di adolescente che fa: “L’hai preso?”, e di rimando: “Sì, l’ho preso!”. D’un tratto rinvengo dalla camicetta che mi aveva distratto e mi rendo conto che qualcuno ha aperto la cerniera della mia borsa. Collego le due frasi, mi volto per cercare i ladri. Noto una zingarella con la gonna che le copre le gambe fino ai piedi. Si allontana con noncuranza. Mi prende la rabbia, come capiterebbe a chiunque. Faccio per gridare “Al ladro! Aiuto!”, mentre rincorro la gonna. Raggiungo la ragazza, al suo fianco c’è un’altra, forse la sorella. “Mi avete rubato il portafoglio!”, grido. Nel frattempo si raduna un gruppetto di gente incuriosita. La ragazza sbotta: “Non è vero niente! Come ti permetti?!”. Io insisto: “Vi ho sentito perfettamente, prima!”, cerco di aggrapparmi a qualche giustificazione. Rincaro la dose: “Non ho soldi, nel portafogli, solo la carta d’identità, la patente, l’abbonamento del treno!”. Era vero, in quel periodo non navigavo nell’oro, e mi restavano appena cinque euro di carta. La folla intorno si fa irrequieta: “Ridateglielo!”, dice qualcuno. La prima ragazza estrae d’improvviso da una tasca della lunga gonna un portamonete trasparente con centinaio di euro arrotolate: “Io ce li ho, i soldi, guarda!”, mostrandolo con orgoglio, poi aggiunge: “Non ho bisogno di rubare!”. La folla si calma, io resto interdetta, mentre le due si allontanano alla svelta. Rimango amareggiata, naturalmente non m’importava niente dei cinque euro, solo di tutto il resto. Torno alla mia sensazione che diviene certezza, cerco di inseguirle. Un uomo di colore mi indica una direzione, corro, poi penso che possa trattarsi di un depistaggio, perché delle due non resta traccia. Piove. Resto come un’idiota sotto la pioggia. Mentre sono ferma ad aspettare mia mamma rimasta indietro, dal tetto di una bancarella gronda giù una cascata d’acqua che mi colpisce in pieno. Sono fradicia di pioggia e sudore. Vorrei piangere, ma non ci riesco. Trascorro il resto del tempo in una stazione dei carabinieri, per denunciare il furto subìto. Tutto questo dovrebbe farmi odiare a morte i Rom. Anche i Casamonica lo sono. La differenza è che non detesto indifferentemente i Rom; piuttosto mi suscitano rabbia i Casamonica che, stanziatisi a Roma e nella zona dei Castelli Romani, intessono affari con la politica locale e non solo. Droga, estorsione, appropriazione indebita, usura. E’ recente la notizia che solo dopo sette anni Ernesto Sanità riesce a tornare nella casa dalla quale i Casamonica lo avevano sfrattato. “Paura di ritorsioni? No, no. Mi possono pure sparare, adesso non temo più nulla”, commenta il malcapitato. Eppure sulla bacheca del ministro non compare alcun post in merito. Nessun post sui vaccini, niente sul caporalato e il sangue versato sull’asfalto o delle minacce subite dal ricercatore. Solo foto di caprette, che siamo noi italiani, noi rosiconi, noi buonisti. Foto di vacanze al mare, di agnolotti, di frittura di pesce. Buon appetito a tutti, tanto, Franza o Spagna, purché se magna…

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In the flesh?

laparoscopia-operativa-02

So ya
Thought ya
Might like to go to the show
To feel the warm thrill of confusion
That space cadet glow

Tell me is something eluding you, sunshine?
Is this not what you expected to see?
If you’d like to find out what’s behind these cold eyes?
You’ll just have to claw your way through this disguise

“Lights! Turn on the sound effects! Action!”
“Drop it, drop it on ‘em! Drop it on them!”

(Pink Floyd, The wall)

E così, così tu pensavi che ti sarebbe piaciuto assistere allo spettacolo, guardarti dentro, infilarti dentro te stessa come il chirurgo che manovra abilmente il suo strumento a fibre ottiche. Luci, telecamere, diretta nei tuoi visceri. Proprio no, pensavi che fosse come un film, una pellicola che si srotolava dentro di te e intorno a te, e invece…Ah, cara, quando t’infilano in mano il foglio per il consenso, nella sala d’attesa che dà sul mare poco lontano, quando t’informano dei rischi connessi a ogni operazione – perché di un’operazione si tratta, non è diagnostica, ma operativa – quando ti costringono a firmare il consenso, e leggi dell’iniezione di anestetico – 10 millilitri – direttamente sul punto da operare, ah, cara, in fondo è uno spettacolo tutto da gustare, ma per loro è solo routine, mentre per te è la vita. E poi? Non è forse meglio l’anestesia generale, così non assisti ad alcuno spettacolo? L’hai scelta tu, la diretta, tu che pensi che sia più lieve. E così è. Ma nel momento in cui sei là sdraiata sul lettino, e t’inseriscono al dito la pinza che monitora la pressione, il battito, la saturazione d’ossigeno, ah be’, allora inizia il divertimento… Centosei. Centosei pulsazioni al minuto. Ehi, diamoci una calmata, pensi. Rilassati, ti ripeti. L’equipe ti si para intorno, si accende lo schermo, l’iniezione inizia a bruciarti dentro come se ti stessero somministrando dell’etanolo. Che cos’è? pensi. L’equipe chiacchiera, squilla un telefono, la routine continua il suo corso. Mentre tu sei là come un pezzo di carne, pensi agli interventi importanti, dove se va bene va bene, se qualcosa va storto il pezzo di carne se ne va via in un camposanto del tutto ignaro. Signora, ti chiama il chirurgo. Pensi alle donne della sua famiglia: ci sono casi di tumore della mammella? Cerco di raccogliere quel po’ di calma che mi resta, ma mi limito a rispondere a monosillabi: . Il chirurgo prosegue, mentre l’anestetico inizia a fare effetto: Chi? La voce mi va e viene, rispondo d’un fiato: Mia mamma. Poi, le luci si spengono. Arriva il momento. Azione! C’è qualcosa che ti sfugge, tesoro? Osservi lo strumento del chirurgo, nella sala operatoria si sente solo il tuo cuore che batte sempre più veloce. Come un fulmine raggiunge i centodieci, galoppa, corre, arriva a centodiciotto. Ehi, rilassati, continui a ripeterti, ma nella saletta i bip-bip-bip-bip-bip non rallentano, il tuo cuore non mente, sei pietrificata dalla paura. Mamma, hai paura? Aveva detto la tua bimba. Un po’, avevi risposto tentando di guardare il mare, oltre l’azzurro, per stare serena, per non pensare. L’equipe di medici e infermieri prosegue nel suo lavoro. Sono tutte donne, per una volta non provi imbarazzo, tutte ti capiscono. Il tuo sangue fluisce via insieme alla fisiologica, sembra un oceano che ti scorre dentro. E adesso cosa devo usare? chiede un chirurgo a un altro. Le forbici, usa le forbici, tanto è morbido, guarda... I bip-bip-bip-bip aumentano, diamine, ti stanno inserendo le forbici dentro, pensi inevitabilmente, vedi il sangue che scorre, mentre le forbici insistono a tagliare il pezzo di carne che non vuole saperne di staccarsi. Un pezzo di carne avulso da tutto il resto, maledettamente irrorato, due centimetri e mezzo. Il chirurgo estrae le forbici, rientra con le pinze. Adesso lo torci con le pinze e lo tiri via, dice il chirurgo più anziano. Tu ti osservi i visceri con dentro le pinze che faticano a raccogliere il frammento, infine lo tirano via. Tutto intorno diventa rosso, poi di nuovo riusciamo a vedere. Ti chiedi quante donne vogliano davvero assistere, ascoltare i discorsi dei medici, vedersi sanguinare, tagliare; quante invece preferiscano dormire, risvegliarsi tranquille. Adesso fai lo stesso con l’altro, continua il chirurgo più anziano che dirige limitandosi ad assistere. Succede la stessa cosa, la telecamera si perde fra dune scure che diventano rosa sotto la luce minuscola. Prosegue fra tortuosi soffici meandri, alla ricerca dell’altro, finché l’individua. È un’escrescenza carnosa affacciata sul niente, irrorata e venata di piccoli capillari che resta ottusamente là a contemplare chissà cosa. Non preoccuparti, fa il chirurgo anziano all’altro, è spesso, non può succedere niente, dice riferendosi al territorio che si estende al di là del polipo. Dentro di te speri che non sia al suo primo tentativo. Le pinze vengono manovrate con lentezza come gli strumenti degli astronauti nello spazio. Viene eseguita un’altra dissezione, si verifica un’altra esplosione di sangue; la nebbia rossa viene subito lavata via. Facciamo la biopsia anche sul fondo? chiede la giovane. Sì, certo, risponde l’altra. Di nuovo la telecamera si spinge oltre, verso territori lontani e indecifrabili avvallamenti. Tre campioni in tutto. Il battito mi scende a novantanove. Ecco, è tutto finito, può alzarsi, mi dice un’infermiera guardandomi in volto. Può usare il telino per pulirsi dal sangue, dice indicando il grosso lenzuolo verde. Mi alzo, noto lo scempio a bordo del lettino. Mi rivesto, fuori tutto gira. Mi domando perché negli altri ospedali programmino l’anestesia generale, mentre in questo non ti lasciano nemmeno sedere a riprenderti. Poi sopraggiunge la stanchezza. Non riusciresti a guidare, ma nessuno te l’ha vietato. Ti abbandoni sul sedile, mentre il mare azzurro risplende nell’ultimo giorno di luglio, in quest’afosa estate.

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Intolerance.

Fear-Leads-to-Intolerance

Qualche anno fa, nei territori lombardi da sempre in mano alla Lega, un ciclista procedeva nel traffico come ogni giorno diretto al lavoro. In una strettoia di auto finisce per appoggiarsi a uno dei mezzi in coda, forse per non perdere l’equilibrio. Appena l’auto può avanzare, insegue il ciclista, lo sperona. Il ciclista cade a terra procurandosi qualche ferita. L’uomo alla guida scende dall’auto e si avvicina al ragazzo in terra: “Scusa, pensavo fossi un marocchino che volesse derubarmi!”. Il ragazzo, che è mio fratello, ha i capelli neri e ricci e una vaga somiglianza con i tanti migranti approdati in Italia. Deciderà di non denunciarlo, accettando solo il rimborso delle spese per riparare la bicicletta danneggiata. Se fosse stato davvero un migrante, è facile immaginare come sarebbe finita. L’intolleranza è sempre esistita. David Griffith ci aveva riflettuto dopo le accuse seguite a Birth of a Nation del 1915. L’anno successivo girerà Intolerance, scegliendo quattro momenti della storia dell’umanità prima ancora della salita di Hitler al potere: uscì sugli schermi americani, nel settembre 1916, l’Occidente era sconvolto dalla prima guerra mondiale; e inizialmente il film fu un insuccesso proprio perché, alla vigilia dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, il pacifismo che lo ispirava risultò impopolare, (Roberto Nepoti, Repubblica)Un grande film che riflette la realtà attuale. A livello mondiale il razzismo e l’intolleranza serpeggiano in maniera sempre più drammatica. Se negli Stati Uniti di Trump le famiglie sono state smembrate tragicamente, separando bambini in lacrime dai genitori clandestini; se nell’Austria di Kurz persino i turisti italiani vengono respinti alla frontiera avendo lasciato i documenti in un vicino hotel sloveno; se in Italia Salvini fomenta odio e rabbia sui social o nelle piazze, moltiplicando gli episodi di violenza e razzismo contro gli stranieri, è perché la storia sta nuovamente cedendo alla piaga dell’intolleranza, che da sempre conduce alla tragedia. Quanti intervengono nelle discussioni pubbliche vengono accusati di buonismo, o peggio, idealismo. Senza davvero comprendere come il distacco netto dalla realtà è proprio di quanti inneggiano alla disumanità e al disvalore. Nella società attuale l’umanità è preda del consumismo, da un lato. Trascorre giornate intere nei non-luoghi di cui narra Marc Augé, incurante del mondo esteriore che si si svolge al di là delle finestre, incapace di perdersi sul sentiero di un bosco a riflettere, d’estate impegnata ad arrostirsi in riva al mare convinta che oltre il denaro non vi sia altra ragione d’esistere. In pubblico la maggioranza preferisce tacere, o aggredire e svilire l’altro, piuttosto che affrontare un discorso con cognizione. Ho sempre creduto che i social network rafforzassero la democrazia, eppure mai come in questo periodo buio della Storia le parole risultano talvolta inutili, persino dannose, venendo ritorte contro quanti tentano faticosamente di mostrare che una coesistenza non solo è possibile, ma indispensabile per la pace mondiale. Il timore è che prenda piede un altro temibile comportamento di massa: il cannibalismo contro le minoranze etniche, religiose, gli orientamenti sessuali. Una situazione drammatica e inquietante che richiama per certi versi la storia tragica di Uccellacci e uccellini (1966). Dove il corvo saccente e presuntuoso (l’intellettuale) sarà mangiato da Totò e Ninetto: Il corvo, emblematico portatore di una salvezza più umana che divina, non viene ascoltato e viene ucciso. Così come uccisa è la volontà del popolo (che forse però non c’è mai stata) di ribellarsi contro il potere costituito, colpa anche e soprattutto di una sinistra inerme davanti ai problemi del proletariato, più vicina a certi giochetti di potere che al reale sostegno al cittadino comune (Centrostudipierpaolopasolinicasarsa). La salvezza umana è più vicina di quanto si creda. Basta smarrirsi lungo un sentiero, ai margini della foresta, per ritrovarsi. Basta scendere ogni tanto anche in fondo al mare, piuttosto che restare sempre in superficie alle cose a galleggiare.

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La pancia della gente

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I paradossi di questo governo non hanno ormai limite. L’ultima novità è utilizzare i soldi confiscati alla mafia per allontanare gli ambulanti dalle spiagge. Non so quanti italiani vogliano che le spiagge siano “sicure”, cioè senza ambulanti. Perché nella mia infanzia di venditori di “cocco, cocco fresco, cocco bello” ce ne sono sempre stati (italiani, di solito); giravano (e girano) sotto il sole rovente sopportando la calura e il peso di quello che portano. E pure quelli che ti vendevano il telo da mare (italiani o di colore). Provateci voi a girare con cinquanta teli da mare sulle braccia, e dieci cappelli impilati in testa, come manichini infaticabili… E quelli che, Dio li benedica, girano col carrellino del ghiaccio per venderti una granita appena “grattugiata” (quasi sempre italianissimi)? Impiegare i soldi sottratti alla mafia in maniera tanto inutile e ingiusta mi pare l’ennesima beffa all’Italia. Se la Lega iniziasse a utilizzare il proprio denaro, quello sottratto agli italiani dal partito, sarebbe già un passo avanti. Invece si impegna al massimo per distogliere l’attenzione dai propri conti roventi e rivolgere l’indice alla mafia che, ahimè, continua a imbastire affari con le logge politiche. Voilà. Niente di più ridicolo. E poi c’è l’altra importante proposta diventata legge: quella che sarà sufficiente un’autocertificazione per attestare la vaccinazione del figlio. Il New York Times, per il tramite della reporter Gaia Pianigiani, informa tutto il mondo che Italian parents will no longer have to provide state-run schools with a doctor’s note to show that their children have been vaccinated. Ci si domanda quanti italiani dichiareranno la situazione reale del proprio figlio. Il governo giustifica questa novità asserendo che la normativa servirà to simplify enrollment procedures and enable school participation for all, including children whose parents do not have their paperwork in order yet. Ammettendo in sordina che chi non ha ancora vaccinato il proprio pargolo potrà serenamente inserirlo in ambito scolastico. In asili e scuole – veri e propri incubatori di germi – dove chiunque (che non abbia fatto a tempo a vaccinarsi) potrà diffondere la malattia. A chi? Intanto alle giovani mamme in dolce attesa, o a quante stanno per esserlo. Penso alla rosolia che causa malformazioni fetali, ma anche alla varicella, o al morbillo che può provocare l’aborto. Quando sarà tardi, si griderà allo scandalo: colpa dei Cinquestelle, colpa della Lega. Se negli altri Paesi Europei l’obbligatorietà non fa crescere la copertura (D. Patitucci, Il fatto quotidiano, 30/05/2017), è vero anche che la vaccinazione è innanzitutto un fatto culturale. Nel resto dell’Europa la vaccinazione è per lo più affidata al buon senso dei cittadini, che diligentemente sottopongono a copertura vaccinale i propri figli. Diversamente che in Italia, un paese tutto sommato civile, dove ci si sente autorizzati a mettere in discussione l’utilità delle vaccinazioni. Non stiamo parlando della vaccinazione contro i “banali” virus influenzali, ma contro malattie con esiti talvolta gravi un tempo molto diffuse, e che la nuova tendenza a non vaccinare (e oggi ad autocertificare, senza una reale garanzia per tutti i cittadini) sta contribuendo nuovamente a diffondere. I timori sono anche per quanti non hanno più eseguito un richiamo, o sono stati vaccinati in età infantile e quindi a molti anni di distanza: i nostri adulti, gli anziani. E’ ora di finirla con la litania della legge Lorenzin brutta sbagliata incivile (Ivan Cavicchi, Il fatto quotidiano, 18/09/2017). Ed è ora che i politici la smettano di parlare solo alla pancia della gente, fingendo di abbellire il mondo gridando al ladro-al ladro, quando poi il denaro pubblico non viene restituito di un centesimo. Mi sento di citare Saviano, il quale si rivolge a Salvini che intende togliergli la scorta chiamandolo buffone. Buffoni, senza esclusione di colpi.

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