Er Cecato

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I Nuclei Armati Rivoluzionari rappresentano un’organizzazione terroristica di stampo neofascista sorta a Roma alla fine degli anni Settanta e attualmente riassorbiti in quell’organizzazione mafiosa che a più riprese è stata definita Mafia Capitale,  dove di fatto di mafia non si può parlare, perché per citare un membro dei Casamonica, la maffia non esiste. E così il 22 ottobre la Cassazione contraddice se stessa, e dal momento che in giurisprudenza l’ultima sentenza cancella le altre, nel caso di Mafia Capitale a prevalere è la sentenza che esclude la configurabilità di mafia non ravvisando gli estremi del 416 bis, secondo cui l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione (3) del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Così Er Cecato appare agli occhi del resto del mondo come un povero cieco che tira a campare per sopravvivere. Assolto in Cassazione per l’omicidio del giornalista Pecorelli prima (1979), grazie ad Andreotti, sarebbe implicato anche nella strage di Bologna, dove avrebbe aiutato i Servizi Segreti a depistare le indagini. Stragi di Stato, in cui gruppi di criminali avevano intrecciato solidi affari con apparati dello Stato.  Una sentenza che nega l’evidenza è quantomeno deviante, anomala, nella misura in cui si allontana dal sistema di regole e codici esistenti. Perché a ben guardare, e per citare il magistrato Gian Carlo Caselli, la mafia non è solo coppola e lupara,  ma muta e si trasforma, cambia pelle come un camaleonte: non si può non osservare che ontologicamente la mafia è in continua evoluzione (HuffingtonPost). Era il dicembre 2014, quando Procura e Gip decretarono che si trattava di mafia, e la Cassazione confermò la sentenza. Ma ecco che nel luglio del 2017  il Tribunale stabilisce che i malavitosi sono brutti figuri, certamente responsabili di gravi reati, ma non mafiosi (G.C. Caselli). Se vogliamo ricondurre il termine “mafia” a quello delle cosche sorte in Sicilia dopo la caduta del regno borbonico, certo non possiamo definire Massimo Carminati un mafioso, piuttosto eccellente uomo d’affari che per quanto cecato ci vede benissimo in termini di appalti. Ma se compiamo un passo avanti e osserviamo la realtà delle organizzazioni criminali diffuse a livello capillare come un movimento che si sviluppa ulteriormente in questo secolo nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova, dopo la seconda guerra mondiale, nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità, estende la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga (Treccani), non possiamo non convenire che di mafia si tratti. Laddove la mafia non ha più bisogno di manifestazioni eclatanti, ma agisce in maniera subdola creando un clima di paura e intimidazione. E’ quella che G. C. Caselli definisce mafia silente: che intimidisce e assoggetta, non con manifestazioni criminali eclatanti, ma con “il non detto, il sussurrato, il semplicemente accennato”, quando ciò si ricolleghi a un potere criminale che fa paura ed è ben presente nella coscienza collettiva. Ecco che a Er Cecato, detenuto a Sassari, viene puntualmente revocato il 41 bis: Alfonso Bonafede in buona fede firma il decreto di revoca del carcere duro con lo sconto di pena, che negli anni si ridurrà ulteriormente. Per un semplice vizio di forma: un’interpretazione che considera la mafia un organismo immobile nella sua fissità storica da cartolina in bianco e nero, piuttosto che darwinianamente in evoluzione. Fatta la legge, trovato l’inganno…

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Schegge di stelle.

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Sulaymanyah, capitale culturale del Kurdistan iracheno. I giornalisti di opposizione al governo della famiglia Barzani sono in serio pericolo. Il neoeletto presidente Nêçîrvan Barzanî, nipote dell’ex presidente Massoud e alleato di Erdoğan, ha promesso importanti sviluppi nella regione. A cosa alludesse, non è dato sapere. Di certo sappiamo che nella serata del 16/10 Amanj Babani (1979) è stato ritrovato riverso nella sua auto con un colpo di proiettile nella testa. Babani era a bordo con sua moglie Lana Mohammadi (1990), giornalista impegnata per l’emittente televisiva Kurdsat, e con il figlio di appena tre anni, Hamo Amanj Mohammed. L’intera famiglia è stata trucidata: tre colpi di pistola per Lana, tre per il piccolo Hamo, uno alla testa per Amanj. Noto giornalista dell’NRT, rete televisiva contraria al governo, conduceva il programma Be snur, che dava voce ai timori del popolo curdo. Sulaymanyah è a pochi chilometri dal confine con l’Iran, situata fra due catene di montagne, città fondata da Ibrahim Pasha nel 1784. E’ una città moderna, con parchi verdi, hotel con piscine, case in cemento. A Sulaymanyah e nell’intera regione del Kurdistan, i giornalisti e gli intellettuali corrono il pericolo di esporsi troppo. E’ una sera d’ottobre, una sera come tante. La famiglia decide di andare a cena fuori. Qualcosa però non va per il verso giusto, perché i tre saranno ritrovati riversi nell’auto, senza vita, nel quartiere di periferia di Sharazour. Forse qualcuno si avvicina all’auto mentre il motore è acceso e l’auto sta per partire. Nel buio della sera è difficile distinguere le ombre. Lo minacciano. Forse Amanj è il primo a morire. L’auto presenta una collisione sulla carrozzeria, come se il suo piede fosse rimasto premuto sull’acceleratore, ma potrebbe anche essere stata causata da uno speronamento… La polizia di Sulaymanyah sostiene che il colpo alla testa sia stato esploso da una distanza di tre centimetri, accusando Amanj di omicidio-suicidio. Il generale di brigata Aso Sheikh Taha ha rilasciato una dichiarazione alla stampa, secondo cui l’analisi forense degli organi (del cervello) dimostrano che Amanj si è suicidato. Ma perché uccidere la propria famiglia a bordo di un’auto che ha avuto il tempo di schiantarsi? Un’affermazione frettolosa e poco chiara, a dimostrazione che la polizia intende archiviare il caso come omicidio-suicidio prima ancora di aver concluso le indagini. L’emittente televisiva per la quale lavorava Amanj, NRT, è affiliata al New Generation Movement, partito d’opposizione a Barzani. Il presidente Shaswar Abdulwahid chiede che venga seguita un’indagine indipendente da quella della polizia locale: The PUK and the security forces of Sulaimani are responsible for the incident until a proper and neutral investigation can be done far from the hands of the parties and the security forces (S.A, 17/10). Gli amici e i colleghi di Amanj non credono al suicidio. Amanj, Lana e Hamo non ci sono più. Nel giorno dell’elezione di Nêçîrvan Barzanî, lo Stato turco ha esteso la sua occupazione ai territori di Xakurke, alle acque del Lolan e al monte Sekif. Hevrin Khalaf lottava apertamente contro Erdoğan. Amanj, attraverso la sua emittente NRT, si opponeva al governo che ha stretto alleanza con la Turchia. Su Hevrin i media del mondo si sono espressi compatti additando la Turchia come responsabile dell’efferato omicidio. Su Amanj e sulla sua famiglia sono comparsi articoli sui media locali, mentre a livello mondiale l’uomo appare come assassino. Amanj, Lana, Hamo. Scende la sera e le tenebre anche sui loro corpi, perché la freddezza della dittatura è senza pietà, mentre gli intellettuali sono solo schegge da rimuovere e scrollarsi di dosso.

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Così muoiono i maiali

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Don’t you worry about the situation
(A message from the telephone)
They out there fighting for the state of the nation
(I’m waiting a chance to come home)
Well, Don’t you worry about the situation
(A message from the telephone)
They always have to fight the alienation
(I realize I’m fighting alone)

Industry, State of the Nation (da Stranger to Stranger).

Campane di una chiesa cantano in lontananza. Campane della sera. Signora, si sieda. Qual è il problema? Sono anni che lotto. Vorrei dirle così. Invece vado subito al dunque, le dico del peduncolo riscontrato qualche giorno fa. Si accomodi…Ah, ho dimenticato il vasetto per l’istologico. Resti pure comoda, torno subito. Comoda come può stare una donna sdraiata con le gambe sul poggiagambe. Penso a Hevrin Khalaf, al suo tremendo dolore. Il volto tumefatto e le labbra semiaperte in una smorfia di sorriso. Il pugno stretto a sopportare la sofferenza, il terrore della morte. La giacca blu intrisa di polvere e sangue, i capelli neri raccolti bianchi di polvere e sangue. Giace riversa in una pietraia. Stuprata e infine lapidata, il disprezzo più alto riservato a una donna. Un mercenario le si avvicina, le poggia l’anfibio sulla spalla inerte, la schiaccia sentenziando senza nessun’ombra di umanità: “Questo è il corpo del maiale”, e “Così muoiono i maiali”. Così dovrebbero morire i mercenari, e chi li assolda per compiere un assassinio tanto crudele. E’ sabato 12 ottobre 2019, siamo in Siria. Una Toyota viaggia sull’autostrada tra Hasakah e Qamishli. D’improvviso viene raggiunta da una raffica di mitra. L’autista di Hevrin viene fatto scendere per poi essere raggiunto da una scarica di proiettili. Hevrin sarà violentata in mezzo al niente, dentro quella pietraia dove aspettavano le serpi. Milizie al servizio dei turchi, che lei stessa aveva aspramente criticato pochi giorni prima dell’efferata esecuzione: Noi respingiamo le minacce turche, soprattutto perché ostacolano i nostri sforzi per trovare una soluzione alla crisi siriana. Durante il periodo in cui l’Isis era al potere vicino al confine, la Turchia non lo vedeva come un pericolo per la sua gente. Ma ora c’è un’istituzione democratica nel nordest della Siria, e loro ci minacciano con l’occupazione (5/10/19, Rojava Information Center).  La porta si riapre dietro il paravento: Sono io, sa? Non si preoccupi… Lo speculum affonda come una lama fra i noduli. Stringo i pugni. Pugni chiusi, i pugni di Hevrin Khalaf. Il pezzetto carnoso affonda nel vasetto che si tinge di rosso. Questo è ciò che resta del maiale. Un pezzetto galleggiante e sanguinolento. Ciò che resta in mezzo alla desolazione di una terra fatta pietra, di una pietra che non conosce altro segno umano che non sia guerra. Don’t you worry about the situation…They out there fighting for the state of the nation… La piccola automobile si satura delle note degli Industry, sfrecciando verso il mare. L’azzurro riempie gli occhi. Nel porto giganteggia una nave da crociera. Storie di ricchi, di gente benestante lontana anni luce da Hevrin Khalaf e dalla questione siriana… This war has nothing to do with us
But somehow we’re still involved in it… Laureata in ingegneria, Hevrin era un’attivista sostenitrice dei diritti delle donne, nonché segretaria generale del Partito del Futuro Siriano. Si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. E’ stata violentata e lapidata sulla strada perché simbolo del dialogo, impegnata nella lotta per un Paese multi identitario e senza violenza, trucidata da criminali al servizio di Erdogan. Donna brillante, che ha speso la propria intelligenza al servizio della pace e della difesa delle minoranze: una morte che è stata ulteriormente oltraggiata dai video girati dai miliziani, ma la cui esistenza avrà eco nella Storia. Hevrin Khalaf, brutalmente annientata da uomini che si servono della barbarie per sopravvivere alla propria demenza, al nulla nel quale sprofondano con i propri stessi tweet.

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Non è un paese per disabili

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Alle 14:15 del Giorno dell’Indipendenza negli Stati Uniti, la saletta d’attesa, che è soltanto un corridoio con sedie disposte sulla parete, è ancora semivuota. Sulla sedia a rotelle Graziella aspetta con un sorriso incosciente. Sono venuti in tre, ad accompagnarla. Suo figlio cinquantaseienne, altre due donne. Sono tutti felici di essere lì. Sono stati chiamati per la procedura di revisione dell’invalidità. Sicuri che la riconfermino, conversano allegri. Un medico della commissione esce da una porta per ritirare i documenti dei presenti: Lì c’è l’acqua, servitevi pure se avete bisogno, dice indicando il dispenser in un angolo. Tutte le comodità, con questo caldo: che altro si può desiderare? Subito la comitiva si avvicina all’acqua come un gruppetto disperso nel deserto: C’è un rubinetto bianco e uno azzurro. Quale vuoi, Graziella? L’acqua del bianco o dell’azzurro? Graziella risponde azzurro,  il figlio le riempie il bicchiere. E’ ghiacciata, osserva come una bambina imbronciata. Te volevi copar tua mare?, scherza una delle donne. Adesso interrogano Graziella, prosegue. Oggi Graziella deve fare l’esame, la commissione ti interroga. Sei preparata? Lei sorride e annuisce contenta. Non sarà più considerata un peso. Oggi un invalido in famiglia è una benedizione. Un invalido frutta molto denaro, se l’invalidità è massima. Se è lieve, per quanto superiore al 33%, non serve a niente. Non sei che un invalido fra tanti, ma ancora peggio: un invalido di serie C. Non solo invalido, ma anche senza valore. Non vali niente. Devi pagarti i farmaci a seconda del grado di malattia, per quanto dovrai farlo sempre. Allo Stato non interessi. Paghi e vai avanti. Graziella no, Graziella ha stoffa da vendere. Sorride con soddisfazione sorniona. Ha le macchie scure sulla pelle grinzosa delle caviglie che spuntano dai calzini. Anche gli altri che sopraggiungono dovranno sostenere un esame. Nessuno è preparato, nessuno si è studiato la parte. L’unica cosa che devi limitarti a sapere, è la tua storia. Quella la conosci bene, ma come illustrare la tua storia in due minuti a una commissione medica? In realtà i medici hanno già studiato la tua documentazione. Ti siedi davanti a un lungo tavolo, come durante una discussione della tesi di laurea. Ti guardano attraverso le lenti degli occhiali, ti chiedono brevemente di parlare del tuo dolore. Il tuo dolore in breve. Il dolore in un paio di minuti. Il dolore che torna in qualsiasi momento, le fitte come aghi conficcati nella carne. Bene. Può andare. La porta si chiude alle tue spalle. Facchettin aveva una cinquantina d’anni e una disabilità lieve. Fabrix 619, era il suo nickname. Sono ancora ipotesi, ma quel 19 giugno deve aver pensato di essere un disabile di serie C e creduto che fosse il momento di chiudere. Diciannove giugno, dicono gli investigatori, era una data importante. Si era fatto tatuare sul braccio quel numero inquietante: 619, che letto all’inglese stava a indicare l’ultimo giorno di una vita difficile. Sono le 3:55 dell’alba del 20 giugno. Un’esplosione terribile fa crollare l’intera palazzina, dove in quel momento dormivano ignari Sabina e Miha. I periti hanno riscontrato danni ai tubi del gas dell’appartamento di Fabri, ma hanno anche rinvenuto tracce di bruciature sul suo corpo: l’esplosione che ha fatto crollare la palazzina in cui abitava l’altra coppia scomparsa nel disastro, proveniva dalla sua abitazione. Fabri Arcangelo. Immagini di fuoco, sul suo profilo, ma anche immagini felici. E poi ancora, demoni, quelli che si portava dentro. Al Centro di Salute mentale dicono che viveva un momento sereno. Dunque perché far riferimento al centro una ventina di volte in venti giorni? La verità, forse, è che Fabrizio era soltanto un invalido di serie C. Un invalido che non vale niente, se non un misero contributo per chi non lavora. E chi ha la fortuna di possedere un impiego? E’ un disabile che porta nella borsetta il suo dolore e la tiene a sé sempre ben stretta. Finché non verrà qualcuno a sottrargli la borsa, e a portare inconsapevolmente un po’ di felicità.

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Cari professori

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Dottore, dottore, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!

C’era una volta la goliardia. Quella universitaria, di tradizione medievale. Negli anni è andata modificandosi. In alcune aule universitarie è del tutto scomparsa. Forse cambia da facoltà a facoltà. Non che quelli di Lettere sviluppino meno ironia di quelli di Scienze. E’ che ogni contesto vuole la sua toga. A Milano, nella metropoli da bere, quando ho discusso la tesi in un caldo e fiorito aprile, non c’era niente di goliardico. Tesa sui miei tacchi esili, un abitino d’occasione, una giacca regalatami da mia mamma, sono letteralmente sparita nella grossa poltrona di velluto rosso, inghiottita in una realtà parallela in cui la regina era sottoposta a un interrogatorio dinnanzi a un tavolo di docenti. Finché con mano tremante ho stretto quella del Magnifico Rettore, il quale per l’occasione balbettava e forse era più a disagio di me: la dichiaro do-do-do-dottore… Era tutto molto serio, forse troppo. E non sentivo certo la mancanza di qualche gesto o frase goliardica. Dietro di me c’erano i miei parenti, più qualche amico e un paio di insegnanti delle scuole superiori, a me cari, a cui tenevo molto che fossero presenti. Erano vestiti con discrezione, niente toghe né bottiglie di spumante nascoste. Una camicia, un paio di jeans. Niente di più né di meno. In molte scuole superiori di oggi la goliardia serpeggia a fine anno fra le classi terminali, per esplodere repentina gli ultimi giorni di scuola. Una sorta di miccia che va innescata a ogni costo, per dimostrare quanto si è sofferto, quanto ci si sta gettando alle spalle. Non quanto si è goduto, quanto si è gioito, ma solo rifiuti da accantonare. Nella scuola ci lavoro dal lontano 1999. Venti lunghi anni di servizio. Non nego che molto di quanto venga sputato fuori possa riflettere vagamente l’atmosfera di acredine e malcontento che grava persino fra colleghi benpensanti che fomentano continua zizzania.  Quanto un insegnante riesce a trasmettere, di rimando si riflette nei ragazzi. Perché ogni studente è un delicato sistema a innesco: se incanalato nel verso giusto può dare risultati sorprendenti, se lasciato spento continuerà a ticchettare nell’attesa di esplodere. Sempre più spesso si assistono a episodi che sfociano nel vandalismo e teppismo. I giornalisti rincarano la dose, dice qualcuno. A parlare, restano le immagini. Rifiuti, scarti, sporcizia. Perché la scuola viene sempre più spesso percepita come negativa, luogo in cui si disimpara, in cui non si cresce più insieme, ma al contrario ci si allontana. Letteralmente un rifiuto da lasciarsi alle spalle. Il lavoro dell’insegnante si è gradualmente trasformato in quello del burocrate, che stila verbali, compila insulse tabelle, sgomita per prevalere piuttosto che collaborare, ordina piuttosto che coordinare. Il professore, invece, dovrebbe tornare vasaio, mentre lo studente  dovrebbe naturalmente ritrasformarsi in vaso da tornire, riempire di conoscenze ed esperienze. Esperienze che possono arricchire come i viaggi d’istruzione tanto disprezzati dai colleghi. Detestati per le responsabilità che determinano, sia civili sia penali, per l’enorme impegno richiesto senz’alcuna remunerazione aggiuntiva né riconoscimento in termini di ore recuperate. Quando dico enorme, intendo nel senso pieno del termine: può capitare in qualsiasi viaggio il ragazzo che sta male, quello che non ha denaro sufficiente, quello che si stanca a ogni angolo svoltato. Il viaggio, poi, non sempre è organizzato dall’agenzia. Spesso è il singolo docente a orchestrare gli spostamenti da un quartiere all’altro, tenendo sempre conto degli imprevisti. Il viaggio è il più bel libro che si possa regalare a un ragazzo, e se svolto con passione resterà a lungo nella memoria della classe. Quest’anno ho proposto un viaggio. Al di là delle tensioni inevitabili conseguenti al peso delle responsabilità, le classi erano felici, i genitori soddisfatti. A dimostrazione di quanto l’impegno possa davvero dare  suoi frutti. Non ho avuto classi terminali, eppure uscendo dal cancello mi sono sentita un po’ frustrata, quasi ridicola. Perché molti dei maturandi dimenticheranno tutto, si lasceranno alle spalle i corridoi, le aule, come squallidi rifiuti da rimuovere. E quei rifiuti siamo un po’ anche noi.

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Black rain

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Il sabato al centro commerciale la folla passeggia euforica fra negozi e caffè al coperto. Riparati dalla pioggia,  ci si illude di essere intoccabili, puliti. Nella vetrina di una libreria spicca La nostra casa è in fiamme di Greta Thunberg. Qualcuno ha avuto l’amara ironia di collocarlo al fianco del Manuale della felicità di Raffaele Morelli. Sfoglio le pagine del libro di Greta. Mi colpiscono le sue parole dure: Ci troviamo di fronte a una catastrofe. Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in una situazione di crisi. Come se la vostra casa fosse in fiamme. Perché è quello che sta succedendo. La gente sorride ignara, progetta, gioca al lotto, mangia un gelato, spinge un carrello. Nessuno fugge via in preda al panico. Si comporta come nulla fosse. Il giorno seguente si vota. Noto una discreta affluenza. Il voto è segreto, ma so perfettamente cosa voteranno. Vincono ancora una volta le destre. Quelle della fobia per il diverso, del terrore xenofobo, dell’indifferenza per i diritti di tutti i cittadini, del pretesto a ogni costo contro le ideologie di sinistra, contro i diritti degli altri, contro sempre e comunque. I diritti degli altri. Venerdì partecipo a una conferenza sul clima, coincidente con la manifestazione per il clima che si sarebbe tenuta di lì a poco. Non serve cambiare radicalmente: radicale è una parola che non mi piace, commenta Filippo Giorgi. Quello che serve è spaventarsi e iniziare a cambiare il proprio stile di vita. Ognuno di noi nel suo microscopico universo può contribuire al cambiamento. Prendere l’auto il meno possibile, spostarsi a piedi o in bicicletta. Personalmente non ho guidato l’auto per vent’anni, almeno sul tema dell’utilizzo superfluo delle vetture non posso sentirmi in colpa. E ancora, consumare meno acqua per lavarsi, ottimizzare i consumi, evitare gli sprechi di cibo, privilegiare le proteine vegetali. Vestire con abiti di dieci o quindici anni prima, senza gettarli via se non li indossiamo da tanto. Riciclare. Acquistare meno. Non è impossibile. L’importante è diventare consapevoli di quei due gradi centigradi. Non è più questione di partito o ideologia, ma di sopravvivenza del pianeta. Preservare la biodiversità e quindi la stessa razza umana. Questo comporta il rispetto altrui. Il sano altruismo, l’accordarsi contro l’imporre. Compito arduo persino nelle famiglie, figurarsi per l’intero pianeta. Sul lavoro partecipiamo a un progetto. Una collega propone una data, faccio presente con ampio anticipo che ho qualche difficoltà in quella giornata, ne propongo altre. Quando tutti concordavano con quella giornata proposta, la maggior parte dei partecipanti si tira indietro e resta il mio nome. Pensi alla collega, al suo sguardo allucinato, agli occhi che si spingono fuori dalle orbite. Non ti interessa di che partito sia. E’ del partito che impone, che mette al primo posto i propri interessi. Viviamo sul pianeta dell’altruismo estinto, in un’epoca in cui le destre al potere invischiano ogni cosa con la loro pioggia sporca. Piove. Piove sui diritti, sulla gente morta in mare, sulla terra bagnata. Piove dentro di noi, nella nostra stessa carne: è una pioggia sporca che tocca tutti, e nessuno resta senza colpa.

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Sentieri incrociati

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Non scrivo da tempo. Ogni giorno che passa mi rammarico di non scrivere da tempo. Eppure ce ne sono, di cose da scrivere.  Apro il link di un blogger che seguo. In uno dei suoi ultimi post compare la citazione di un libro che ho sul comodino. Mi ero ripromessa di leggerlo, sono ferma alle prime pagine. Leggo una parte della citazione: ero perseguitato da un ridicolo timore: che non si potesse morire senza aver confessato tutte le proprie menzogne. Non a Dio, o ad uno dei suoi rappresentanti, ero superiore a questo, lei lo capisce. No, si trattava di confessarle agli uomini, ad un amico, o ad una donna amata. Altrimenti, quand’anche non vi fosse stata, in una vita, che una sola menzogna nascosta, la morte l’avrebbe resa definitiva. Nessuno, mai più, avrebbe conosciuto la verità su quel punto, poiché il solo a conoscerla era proprio il morto, addormentato col proprio segreto. Fuori, nella strada, nella realtà oggettuale, piove. Una pioggia che avvolge ogni cosa, l’avviluppa in un abbraccio fluido che permea ogni poro, che rende tutto una melma indistinta. Anche i colori svaniscono. Scendo le scale per andare al lavoro. Un lombrico si contorce sul marmo di una piastrella. Provo pena, per quelle contorsioni dolorose. Quasi cercasse senza trovare. Se resta lì finirà schiacciato. Lo raccolgo con garbo per poggiarlo nell’erba bagnata. Apro l’ombrello e volo al lavoro. La pioggia non mi preoccupa. Provo quasi piacere a confondermi con tutto, a svanire, a sciogliermici dentro. Incontro una collega, parliamo del bucato steso in casa, che non asciugherà mai. Le lenzuola, soprattutto, le tute, gli abiti in stoffa pesante. Passerà, spioverà, verrà il sole. Intanto svanisco insieme al paesaggio, vengo lavata via dalla pioggia, da una vaga sensazione di indifferenza. Passerà, non passerà, in fondo non mi preoccupa per niente. La prima ora entro in una sezione non mia, sono abbastanza tranquilli. La settimana precedente avevo somministrato le prove invalsi: la follia delle buste, delle buste nelle buste, dei talloncini spesso sprovvisti  della metà davanti perché ritagliata per errore, dei talloncini dimenticati nelle buste di altre materie. Oggi no, è una supplenza leggera. Trovo il libretto del Festival imminente, leggo di Ginzburg che verrà a ritirare il premio, Gratteri che si occuperà di mafie, Sgarbi che affronterà la tematica dell’arte. E ancora, le famiglie arcobaleno,  i Windsor, i Romanov. Lo spessore della Storia, dell’umanità che si è intersecata nei secoli, delle gesta e dei romanzi scritti. Suona la campana, calcolo che forse posso andare un paio di minuti in bagno. Appena chiudo a chiave qualcuno cerca di aprire. Salirà al piano di sopra, penso. Non passa nemmeno un minuto che ci riprovano, per poco non abbattono la porta. Mi lavo frettolosamente le mani, esco. Davanti alla porta c’è una collega in stato interessante che chiacchiera con un’altra. Mi allontano sentendomi un poco in colpa. Penso alle parole di mia suocera: Gli insegnanti hanno uno stipendio infimo, ma non hanno niente da fare.  Il ma significa perché. Hanno talmente poco da fare che non trovano nemmeno un minuto per andare al gabinetto. Non mi sono nemmeno scusata, rimugino fra me e me. Corro nella mia classe, di lì a poco gli allievi hanno verifica. Li conduco nell’aula con tutti gli strumenti. Poi finisce anche questa, è l’unica giornata leggera della settimana. Fuori piove. Apro ancora l’ombrello, m’incammino verso casa. Sul marciapiede incrocio una povera lumaca schiacciata. Incrocio spesso lumache, con la pioggia vengono spinte a passeggiare fuori dal loro raggio d’azione e a mettersi inconsapevolmente in pericolo. Per quanto possa sembrare ridicolo, le cerco sempre con lo sguardo, per paura di schiacciarle.  Oggi ho salvato un lombrico, ma non ho potuto far niente, per la lumaca.

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