La pancia della gente

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I paradossi di questo governo non hanno ormai limite. L’ultima novità è utilizzare i soldi confiscati alla mafia per allontanare gli ambulanti dalle spiagge. Non so quanti italiani vogliano che le spiagge siano “sicure”, cioè senza ambulanti. Perché nella mia infanzia di venditori di “cocco, cocco fresco, cocco bello” ce ne sono sempre stati (italiani, di solito); giravano (e girano) sotto il sole rovente sopportando la calura e il peso di quello che portano. E pure quelli che ti vendevano il telo da mare (italiani o di colore). Provateci voi a girare con cinquanta teli da mare sulle braccia, e dieci cappelli impilati in testa, come manichini infaticabili… E quelli che, Dio li benedica, girano col carrellino del ghiaccio per venderti una granita appena “grattugiata” (quasi sempre italianissimi)? Impiegare i soldi sottratti alla mafia in maniera tanto inutile e ingiusta mi pare l’ennesima beffa all’Italia. Se la Lega iniziasse a utilizzare il proprio denaro, quello sottratto agli italiani dal partito, sarebbe già un passo avanti. Invece si impegna al massimo per distogliere l’attenzione dai propri conti roventi e rivolgere l’indice alla mafia che, ahimè, continua a imbastire affari con le logge politiche. Voilà. Niente di più ridicolo. E poi c’è l’altra importante proposta diventata legge: quella che sarà sufficiente un’autocertificazione per attestare la vaccinazione del figlio. Il New York Times, per il tramite della reporter Gaia Pianigiani, informa tutto il mondo che Italian parents will no longer have to provide state-run schools with a doctor’s note to show that their children have been vaccinated. Ci si domanda quanti italiani dichiareranno la situazione reale del proprio figlio. Il governo giustifica questa novità asserendo che la normativa servirà to simplify enrollment procedures and enable school participation for all, including children whose parents do not have their paperwork in order yet. Ammettendo in sordina che chi non ha ancora vaccinato il proprio pargolo potrà serenamente inserirlo in ambito scolastico. In asili e scuole – veri e propri incubatori di germi – dove chiunque (che non abbia fatto a tempo a vaccinarsi) potrà diffondere la malattia. A chi? Intanto alle giovani mamme in dolce attesa, o a quante stanno per esserlo. Penso alla rosolia che causa malformazioni fetali, ma anche alla varicella, o al morbillo che può provocare l’aborto. Quando sarà tardi, si griderà allo scandalo: colpa dei Cinquestelle, colpa della Lega. Se negli altri Paesi Europei l’obbligatorietà non fa crescere la copertura (D. Patitucci, Il fatto quotidiano, 30/05/2017), è vero anche che la vaccinazione è innanzitutto un fatto culturale. Nel resto dell’Europa la vaccinazione è per lo più affidata al buon senso dei cittadini, che diligentemente sottopongono a copertura vaccinale i propri figli. Diversamente che in Italia, un paese tutto sommato civile, dove ci si sente autorizzati a mettere in discussione l’utilità delle vaccinazioni. Non stiamo parlando della vaccinazione contro i “banali” virus influenzali, ma contro malattie con esiti talvolta gravi un tempo molto diffuse, e che la nuova tendenza a non vaccinare (e oggi ad autocertificare, senza una reale garanzia per tutti i cittadini) sta contribuendo nuovamente a diffondere. I timori sono anche per quanti non hanno più eseguito un richiamo, o sono stati vaccinati in età infantile e quindi a molti anni di distanza: i nostri adulti, gli anziani. E’ ora di finirla con la litania della legge Lorenzin brutta sbagliata incivile (Ivan Cavicchi, Il fatto quotidiano, 18/09/2017). Ed è ora che i politici la smettano di parlare solo alla pancia della gente, fingendo di abbellire il mondo gridando al ladro-al ladro, quando poi il denaro pubblico non viene restituito di un centesimo. Mi sento di citare Saviano, il quale si rivolge a Salvini che intende togliergli la scorta chiamandolo buffone. Buffoni, senza esclusione di colpi.

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Wrong

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I was born with the wrong sign
In the wrong house
With the wrong ascendancy
I took the wrong road
That led to the wrong tendencies
I was in the wrong place at the wrong time
For the wrong reason and the wrong rhyme
On the wrong day of the wrong week
Used the wrong method with the wrong technique,

(Wrong, Depeche Mode).

Se gli italiani avessero la possibilità di vedersi da un altro pianeta, cioè ad anni luce di distanza, con la giusta obiettività e debita distanza, prenderebbero atto di quanto la crisi economica di un Paese possa concatenarsi a quella degli altri “perenni indecisi” (Regno Unito, Grecia) e trascinare con sé il vuoto di poteri che riposano nell’Eurozona. Ma gli italiani sono troppo impegnati a farsi la guerra, a emettere sentenze,  a scendere in piazza  in nome di lotte che non sono chiare a nessuno, come quelle degli antivax, e d’altra parte Salvini è contrario alle vaccinazioni obbligatorie.  La crisi italiana nasce dalla crisi europea. Il trionfo delle Destre non porta mai a qualcosa di buono, soprattutto in un periodo rappresentato da intolleranze xenofobe e soldatini che marciano in nome di una qualche presunta purezza di razza. Salvini non lo reggo, lo ammetto, eppure quì non stiamo più parlando di simpatie o avversioni politiche. Mettendo da parte un Di Maio che sembra l’allievo troppo sveglio ma che deve ancora passare l’esame di maturità, un Salvini non è che un individuo populista sui generis, pronto ad attaccare con la litania degli italiani che non si faranno mettere i piedi in testa, ma di fatto è il primo a metterglieli, perché nessun italiano ha mai votato per uscire dall’Euro. E per quanto il programma di destra non faccia altro che rosicare un buco per tapparne un altro, è troppo facile cancellarsi il debito con un semplice gioco di prestigio. Il buco c’è e va in qualche modo colmato, probabilmente ancora una volta pescando nelle tasche degli italiani onesti che ogni anno dichiarano le proprie entrate. Caso mai la maggioranza degli italiani, che di tecnicismi politici masticano ben poco, nutrono un’avversione profonda verso i migranti, salvo poi salutarli nell’androne delle scale come se niente fosse. Se nessuno conosceva Savona, e tanto meno Conte, sembra che nessuno conosca la Costituzione, perché il Presidente della Repubblica, per quanto figura mite e debole (l’antiTrump, potremmo definirlo) ha effettivamente l’incarico di salvaguardare il Paese, evitando il default e  rappresentando una figura di garante. Se contro il crollo delle borse si può ben poco, Oettinger, per quanto non abbia alcun diritto di esprimere il suo giudizio sul voto degli italiani, non ha poi tutti i torti. Mauro Barberis si pone alcuni interrogativi, nell’articolo di oggi: poteva Sergio Mattarella fare quello che ha fatto? Poi, quel che ha fatto giustifica, sempre in base alla Costituzione, le richieste di impeachment avanzate da Fratelli d’Italia e Cinquestelle? Infine, posto che, come vedremo, costituzionalmente potesse fare quel che ha fatto, e dunque non possa essere messo in stato d’accusa, ha fatto bene a farlo, politicamente? (Il Fatto Quotidiano). Io inizierei dall’ultima domanda, in realtà rimasta senza risposta. Tutti abbiamo nella testa le immagini della Grecia nel 2015. Il capital control è una liquidità eccezionale messa in atto dal governo europeo, che ancora zavorra la Grecia, dove la fuga dei capitali dalle banche procede a passo svelto. Perché la liquidità degli investimenti dipende dalla fiducia dei risparmiatori. A nulla valgono le invettive vuote e diffamatorie sui social contro il Presidente. Dimostrano soltanto quanto poco sappiano gli italiani dei programmi più volte cancellati e corretti da parte dei due esponenti di Lega e 5Stelle. E alla domanda ha fatto bene, a farlo, non possiamo che rispondere certamente sì. Per evitare una Grexit, e perché l’Italia non ha la stessa forza del Regno Unito di mantenere la sterlina, anche se la Scozia si mostra contraria. Senza contare che c’è una buona fetta dei giovani inglesi che non intende uscire dall’Euro,  per quanto molto siano rimasti incollati allo schermo per seguire il matrimonio di Harry e Meghan, che con le piumette e le sfilate eleganti rappresentano una monarchia disinteressata ai problemi reali dei propri sudditi. Di Maio chiede l’impeachment, ma Di Maio è uno studente brillante caduto all’esame di economia (e nella trappola di Salvini). Lasciamo stare che gli italiani cerchino su Google l’impingement, che non ha niente a che vedere. Una bella sanzione disciplinare, a questi due agitatori di masse, andrebbe valutata seriamente. La corsa alle elezioni? Per sprecare altro denaro pubblico? Scendiamo in piazza, sentiamo ripetere da Salvini, che ormai ogni giorno si riprende con lo smartphone e somiglia davvero alla caricatura di Hitler. Anche il nazifascismo ha avuto il merito di muovere le masse. Purtroppo verso il baratro.

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Controvento

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Io non credo nei miracoli,
Meglio che ti liberi
Meglio che ti guardi dentro
Questa vita lascia i lividi
Questa mette i brividi
Certe volte è più un combattimento
C’è quel vuoto che non sai,
Che poi non dici mai,
Che brucia nelle vene come se
Il mondo è contro te e tu non sai il perché,
Lo so me lo ricordo bene.

(Arisa)

Aveva cantato pochi giorni prima, Ludovica. Aveva cantato Controvento, senza sapere che il padre l’avrebbe spinta dal viadotto qualche giorno più tardi, dopo aver lanciato la moglie dal balcone. Era in quinta elementare, Ludovica. Il padre l’ha presa dai nonni, è entrato in autostrada. Non si sa cosa si siano detti. Lui ha fermato l’auto. Ha scavalcato la recinzione, trascinandosi dietro la figlia. Lei era impietrita. No, suo padre non l’avrebbe mai fatto. Non l’avrebbe mai lanciata di sotto. Pensava ai versi di Arisa, per tentare di distogliere il pensiero dal baratro. Io non credo nei miracoli, diceva la canzone nella sua testa. Meglio che ti liberi, meglio che non pensi a niente, mamma dove sarà? Quel vuoto, c’è quel vuoto che non sai che è lì davanti ai tuoi occhi, e tu vorresti che non fosse stato mai così, mio Dio come finirà, è un vuoto orribile che non si misura, ma può una bambina trovare misura, inventarsi qualche formula matematica per annullare la distanza fra sé e il suolo, in quell’interminabile maledetto volo? Sei là con lei, vorresti tenderle la mano, afferrarla, strapparla al vuoto, alla demenza folle e incolmabile di suo padre che la tiene là e poi la lascia cadere giù come si farebbe con una bambola di pezza. Sei là, sei là con lei a sorreggerla, a tirarla indietro, dare forma alle ali che possono lasciarla scendere piano, planare, quasi. Le disegni due ali da angelo, e piangi mentre lo fai, ma sai che sta per cadere, cade persino nel tuo incubo, continua a cadere, forse, nelle teste degli italiani, forse, cade lieve, risale, si dà una spinta, mio Dio com’è difficile, per pietà, lasciate stare i bambini, lasciate che volino intatti nei loro sogni, date forma alla loro infanzia, lasciate da parte ogni rancore o tristezza, per pietà, mi rivolgo a quegli adulti che hanno l’ostinazione di portare con sé gli altri, lasciateli stare. L’infanzia violata dalle guerre è una tragedia, l’infanzia violata dalle bombe è uno scandalo, ma l’infanzia violata dai propri genitori, è inimmaginabile, incommensurabile. Il mondo è contro te e tu non sai il perché: il mondo degli adulti è a volte così inconsistente e insensato che annienta quello dei bambini ignari, innocenti: quel giardino che dovrebbe rimanere inviolato e invece in un istante viene distrutto, annullato. Questa vita lascia i lividi, ti spacca le ossa, ti appiattisce in un niente. Guardi la vita scorrerti via dalle vene che già sei senza respiro, senza più essere niente. Goffamente tuo padre resta in bilico lassù, lui è ancora libero di scegliere se tornare alla normalità o lasciarsi andare nel nulla. Ma tu, tu non sei più  niente. Io sono qui Per ascoltare un sogno Non parlerò Se non ne avrai bisogno Ma ci sarò Perché così mi sento Accanto a te. Accanto a te, sono accanto a te che tremi prima di volare controvento, Risolverò Magari poco o niente Ma ci sarò E questo è l’importante Acqua sarò Che spegnerà un momento… Lo so, non serve più a niente, ma come mamma ti dico che in quel poco tempo rimasto ero lì accanto a te, e lo sarò sempre.

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Leila e le altre

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A Gaza va in scena ogni giorno l’orrore. I palestinesi che non trovano pace. Trump che fomenta l’odio, proclamando Gerusalemme la capitale di Israele. In mezzo a quest’orrore, crescono fiori gentili che non contano niente. Bambini. Strumentalizzati, troppo spesso vittime ignare immolate per qualche ideale che nemmeno capiscono. E poi bambini ancora più piccoli, indifesi. Private grief mixes with political spectacle as Gaza buries a baby and 60 others killed in border protests, titola il Telegraph. Una neonata uccisa negli scontri. Poi ci si corregge: chi porterebbe una neonata fra la folla in sommossa? Una bimba di 18 mesi ha inalato gas lacrimogeni ed è deceduta in seguito a problemi respiratori. Sembrerebbe che la tenda dove stava la bimba fosse troppo vicina agli scontri. Ma poi leggiamo, sul Telegraph: They said her 12-year-old uncle had become confused and accidentally brought the baby to within yards of the barbed wire fence that Israel has vowed to defend with tear gas and snipers’ bullets. Accidentalmente suo zio dodicenne ha condotto la nipotina vicino ai gas lacrimogeni. A Gaza va in scena l’orrore. Il popolo israeliano si rende colpevole di crimini immensi, e resta impunito. Ma Hamas, da tutto questo, trae conforto. La foto della bimba fa il giro del mondo, quasi come una seconda Alan Kurdi. Ma di Alan, che ha traversato il mare per essere rinvenuto esanime s’una spiaggia turca, non c’è niente. C’è solo la spettacolarizzazione della morte, alla quale la piccola non viene sottratta nemmeno dalla madre. Le donne si accalcano intorno al corpo avvolto in un sudario bianco. Qualcuno tende un cellulare per scattare l’ennesima foto. L’Iphone ha una custodia che raffigura una bambina che strizza l’occhio.  Un’inavvertita allusione all’infanzia smarrita, ma forse è meglio dire tradita. Tradita da chi le stava intorno. Tradita, Leila, da chi avrebbe dovuto tenerla al sicuro, lontano dagli scontri. Perché non è una giustificazione accettabile sapere che sia morta a causa di suo zio dodicenne, che in un momento di confusione l’ha condotta con sé. Dov’era sua madre? Perché non gliel’ha impedito? Leila non sa, non saprà. Le donne la fotografano, strappando alla bambina persino l’ultimo diritto: quello del commiato sincero, del dolore che deve restare privato. E invece sconfina. Trabocca, quel dolore, di affettazione e morbosa attenzione a diffondere quelle immagini. L’ennesima vittoria di Hamas. Odio che richiama altro odio, in una lotta senza fine. Bisogna salvare i bambini dai lacrimogeni, dalle bombe. E dalla strumentalizzazione spesso più inaccettabile di qualsiasi altra guerra.

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Dogman

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Bisogna andare al cinema, quello vero, senza pregiudizi. Senza amici o conoscenti. Da soli. Entrare nella sala e sistemarsi in alto, nell’ultima fila irraggiungibile. E andare quando non va nessuno. Bisogna stare faccia a faccia con il cinema. Fare i conti con un’altra realtà che, per quanto non ci appartenga, sta per riversarsi in un’ondata dentro di noi. Non conoscevo la storia del Canaro della Magliana. E forse Garrone non ha nemmeno l’intenzione di richiamarla. Quella di Dogman è una fiaba triste. Una storia di violenza, certo, di disperazione, al confine fra le borgate pasoliniane e i paesaggi lunari di Colo della regista Teresa Villaverde. Siamo sul litorale laziale, ma il paesaggio è quello di Castel Volturno. Se in Gomorra prendiamo parte a un mondo di violenza, in Dogman semplicemente non siamo, non viviamo. Il personaggio di Marcello, che per la statura minuta potrebbe fare il fantino, racchiude tutta l’umanità che manca a un mondo di sopraffazione e povertà. La scena si apre sul cerchio della piazza in cui si ritrovano gli abitanti di una periferia alienante e allucinata. Il piccolo quartiere in riva al mare è una realtà a sé, alla quale Marcello sente di appartenere. Ama profondamente sua figlia Alida, con la quale tenta di conservare un rapporto amorevole anche dopo essere stato per un anno in carcere, nella speranza di avere il denaro del bottino di Simone. Adora i suoi cani, e il proprio lavoro. Tinte scialbe e sporche mostrano il suo vecchio locale polveroso, una sorta di capannone che affianca i tanti Compro Oro sorti come funghi in ogni città. Marcello appartiene alla sua comunità, che non intende tradire. Ma è talmente buono e stupido che ingoia un anno di carcere al posto di Simone. E’ talmente ingenuo e gentile che si arrampica lungo il tubo della grondaia di una villa per salvare il cane che i due malviventi avevano chiuso nel congelatore. E non importa che sia inverosimile la ripresa del cane: Marcello appoggia il cane sul lavandino e con una spruzzatina di acqua calda, voilà, torna come nuovo, scodinzolante e felice (Davide Turrini, Dogman, metti il cagnetto (e Garrone) nel freezer, Il Fatto quotidiano, 17 maggio 2018). In fondo siamo in una fiaba, per quanto una fiaba nera. Una realtà immaginaria parallela a quella reale, fatta di cocaina, violenza, donne con ali da angelo che si prostituiscono in un locale ancora più scialbo. Marcello pare non crederci. Marcello vive in un mondo ideale, dove i cani sono migliori degli umani. Con il suo cane divide il piatto, lascia che gli rubi il cibo mentre tenta di guardare la televisione. E quando gli si presenterà per ben due volte l’occasione di liberarsi, finalmente, dalla sopraffazione di Simone, non sarà in grado di coglierla. Perché è troppo buono, o troppo stupido, direbbe chiunque altro. Un uomo mite, che gioca a pallone con gli amici, e sta bene nel suo piccolo habitat fatto tanto per arrangiare. La toeletta dei cani gli permette di sopravvivere, ma il piccolo spaccio di droga lo condurrà in un tunnel senza uscita: prima fra le grinfie di Simone, che lui considera un amico, poi contro tutta la comunità che ormai intende isolarlo, sentendosi da lui tradita. Dopo essersi annullato in un anno di carcere, tornerà in un giorno triste e piovoso al suo negozio, dove si sistemerà su una poltrona-letto. Chiudendosi dietro la saracinesca e annullandosi nuovamente, dopo essersela presa a sprangate con la moto di Simone che lo ha raggirato senza lasciargli un soldo, ma solo gli spiccioli. La vendetta di Simone arriverà improvvisa, mentre lui si dedica amorevolmente ai suoi cani, lasciandolo grondante di sangue di fronte a quelli che una volta erano i suoi amici. E nessuno vorrà aiutarlo. Solo la figlia sembra stargli ancora vicino: quando si immergono con le bombole in fondo al mare il mondo là sopra pare disfarsi, senza più esistere. Invece quel mondo atroce sta sempre là. Marcello decide di sbarazzarsi di Simone: con l’inganno lo chiude in una gabbia per cani, fino al tragico epilogo. Ma ormai lui non appartiene più alla comunità, e il suo sguardo si perde nel vuoto dove persino la macchina da presa pare smarrirsi definitivamente.

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Una morte senza importanza

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Non una lacrima visibile, sul volto dei parenti riuniti nella chiesa del cimitero di Villar Perosa il 16 novembre del 2000. Mentre John Elkann legge diligentemente con tono da sagrestano un puerile scritto di commemorazione per Edoardo, il fratello Lapo aggrotta la fronte: Fin da bambino ho avuto con lui un bel rapporto: gli piaceva molto ascoltare, sapere quello che uno pensava, sentiva, scopriva sulla vita; poi crescendo è diventato uno zio saggio, che raccontava la sua di vita. E’ il documentario di Minoli ad approfondire la fine dell’unico figlio maschio di Gianni Agnelli, ma fin dall’inizio Minoli ce lo dipinge come un figlio tormentato e fragile, che doveva essere l’erede di un impero e al quale invece il padre aveva preferito il nipote Giovanni Alberto, Giovannino, morto anche lui tragicamente a soli trentatré anni. Il 15 novembre Edoardo viene ritrovato da un contadino fra le sette e trenta e le otto e trenta. Luigi Asteggiano afferma di essersi svegliato per dare da mangiare alle mucche e di aver visto il corpo a terra: aveva battuto con lo stomaco s’un tronco, mentre al volto aveva appena un goccino di sangue dalla bocca e basta. Quindi la sua testimonianza non coincide con quella del medico Enrico Ravera del 118 accorso: provvedemmo io e l’infermiera a girare in posizione supina il corpo. Facendo questa manovra vedemmo un’abbondante fuoriuscita di sangue dal cavo orale che bagnava il terreno circostante. Probabilmente il pastore nota il corpo caduto da poco. Quello che risulta da chiarire è per quale motivo, se il corpo era affondato nel terreno con lo stomaco sul tronco, come visto dal pastore, presentasse lesioni soltanto sui fianchi: sul lato sinistro, piuttosto che frontali o a livello gastrico. Ravera parla di trauma toracico, ma di fatto al torace non sono indicate lesioni. Il medico legale scriverà cinque ore dopo che Edoardo pesa 75 kg per un’altezza di un metro e 75, mentre era certo che la sua altezza superasse il metro e novanta e il peso oltrepassasse il quintale, aggirandosi intorno ai 120 chili. Considerando il sangue perso, e una massa sanguigna corrispondente al massimo a cinque litri, il peso e l’altezza non coincidevano minimamente con quanto attestato sul certificato di morte. E ancora: la sua auto esce alle 7:20 da Villa Sole come di consueto. Indossa una giacca grigia, ma sotto ha ancora la giacca del pigiama. Era di buon umore e persino sorridente: comunica a un uomo della scorta di voler fare un giro a Superga e non intende essere accompagnato. Chiama più volte la guardia interpellata dai carabinieri, la seconda volta alle 8:20 per sapere se andasse tutto bene. Per fare ingresso all’autostrada Torino-Savona sono sufficienti venti minuti. Per quale motivo imbocca l’autostrada alle 8:59? Alle 9 chiama nuovamente a casa per sapere se va tutto bene, posticipando l’appuntamento con il dentista al pomeriggioSono le 9:14 quando la sua auto, una Fiat Croma, esce al casello di Fossano, per poi rientrare subito in autostrada in direzione opposta. Alle 9:23 esce dal casello di Marene per imboccare l’autostrada in direzione di Savona. Alle 9:33 raggiunge il viadotto. Accosta l’auto al parapetto, lasciando il motore acceso e le frecce inserite. Carlo Franchini, l’uomo che darà l’allarme e dipendente dell’ANAS, nota l’auto con le portiere aperte: all’interno c’è il suo bastone con il pomo bianco, i bocchini David Ross per fumare senza inspirare il catrame, il pc portatile – che non sarà esaminato – e gli apparecchi cellulari. Franchini si affaccia al parapetto e nota il corpo riverso a pochi passi dal torrente Stura: Aveva i pantaloni scuri – spiega ancora Franchini – un giubbotto scuro e un paio di scarpe marroni. A quel punto ho chiamato la sala radio e ho detto di mandare qualcuno sotto il viadotto perché c’era un cadavere. Puppo,  giornalista autore di Ottanta metri di mistero, mette in dubbio che un uomo che precipita da settantatré metri possa ancora indossare i mocassini e le bretelle allacciate. Passi per i mocassini, ma come è possibile che nell’urto le bretelle restino allacciate? E ancora: per quale motivo i rilievi eseguiti nella Croma non riscontreranno nemmeno le impronte del guidatore? Il procuratore di Mondovì intervistato sul luogo della tragedia non si sbilancia: Non possiamo parlare né di suicidio né di omicidio, né di fatto accidentale, fino a quando non saranno complete le indagini. Eppure autorizza immediatamente la sepoltura della salma, su richiesta del padre, l’avvocato Agnelli. I primi soccorsi arrivano alle 10:20, un tempo compatibile con il supposto orario al quale si sarebbe lanciato. A non essere compatibili con la realtà sono tutti gli altri elementi: le impronte assenti, le bretelle allacciate e i mocassini ai piedi. Inspiegabile la decisione di non eseguire l’autopsia e non analizzare i filmati delle telecamere di sorveglianza della villa nella quale Edoardo abitava. Un fatto è certo: un mese prima della sua morte, il padre Agnelli aveva tentato di convincerlo a firmare un documento secondo il quale l’unico figlio maschio avrebbe rinunciato a dirigere la Fiat in cambio di denaro. Edoardo si rifiuta. L’amico Marco Bava viene assolto in sede penale dall’accusa di aver diffamato la Fiat: Maria Sterpos, giudice di Torino, afferma come Da sempre Bava ha sostenuto che Edoardo Agnelli è stato ucciso a causa presumibilmente di un suo scomodo ruolo negli equilibri di potere interni alla Fiat. E nella sentenza di assoluzione del 2013 aveva ammesso come fosse chiaro che se qualcuno si era assunto il compito di tutelare Edoardo Agnelli, non lo ha svolto in modo adeguato, sia che egli sia stato ucciso sia che si sia suicidato. Come a dire: se le indagini non sono state svolte in tutte le direzioni, almeno si sarebbe dovuto indagare per istigazione al suicidio.

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Trattativa fu.

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20 aprile 2018: sentenza storica, in Italia e a livello mondiale. La sentenza della corte d’assise di Palermo è sopraggiunta dopo cinque anni e sei mesi di processo. “Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico”. E’ il pm Nino De Matteo, a parlare. Vive sotto scorta dal 1993. Nel 2011, intervistato da un giornalista, ammette l’esistenza di colloqui telefonici con l’allora presidente della Repubblica Napolitano e l’ex-ministro Mancino in relazione alla trattativa. Napolitano ha ritenuto lese le proprie prerogative e la Consulta gli ha dato ragione: le intercettazioni sono così state distrutte nel 2013 nel carcere dell’Ucciardone. Nel frattempo Di Matteo ha subito un  processo presso il Consiglio Superiore della Magistratura, per essere infine prosciolto nel 2014. Un uomo tutto d’un pezzo, Antonino Di Matteo. Senza fare del manicheismo, il mondo si divide fra quanti combattono a muso duro in nome del vero, e quanti tendono a contrastarli per assicurarsi l’integrità dei propri vantaggi: mors tua vita mea è una dura legge della vita e della lotta per la sopravvivenza. Falcone e Borsellino erano ben consapevoli di poter pagare con la propria vita quanto il proprio mestiere li avrebbe condotti a perseguire. Eroi. Forse questi eroi sarebbero ancora fra noi, se la trattativa fosse stata ostacolata, piuttosto che agevolata. Ma la Storia, si sa, non la scrivono solo gli eroi, e i fatti che restano a testimonianza della civiltà sono spesso di gravità inaudita. A memoria restano i versi dei poeti, certo. Come pure le affermazioni di uomini potenti, capi di Stato, dittatori. Stragisti. I pizzini sgrammaticati dei boss passeranno alla storia come lo sono passati i versi di Omero: Sendo (sento, ndr) che per la benzina sta andando Avanti bene e si (se, ndr) Anche i questo caso trovi per me le buoni vie, te ne sono grato…”. Firmato “il numero 1”, (Bernardo Provenzano). I guai, si sa, vengono sempre per nuocere. Tutti, indifferentemente, persino i mafiosi. I guai, che canta, non li crea già il vate: Giove li manda, ed a cui vuole e quando (Omero). E allora, se Napolitano riesce a ottenere la distruzione delle intercettazioni, e il ministro Mancino viene assolto al processo sulla trattativa, Dell’Utri viene condannato a 12 anni di reclusione. La sentenza definisce l’ex-senatore colpevole limitatamente alle condotte contestate commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi. E dal momento che Le minacce subite attraverso Dell’Utri non risulta che il governo Berlusconi le abbia mai denunciate e Dell’Utri aveva veicolato tutto (N. Di Matteo), e considerando che I rapporti di Cosa nostra con Berlusconi vanno dunque oltre il ’92, si apre un nuovo scenario da approfondire: in che misura sia coinvolta con la mafia Forza Italia (e la Lega, con cui aveva stretto alleanza), e quali scenari possano aprirsi ai giorni nostri. Un percorso è stato compiuto: possiamo affermare con Luigi Di Maio che con la sentenza è morta la seconda Repubblica. Perchè quando lo Stato riapre le proprie ferite per provare a stabilire la verità, quando giunge a condannare se stesso, allora riacquista la forza, la dignità e la fiducia dei cittadini. Fare luce sulle pagine buie della nostra storia, ci permette di sentirci Stato, ritrovarci e andare avanti come comunità, ha ribadito il presidente della camera dei deputati Roberto Fico. Eroi, abbiamo detto. Eroi ancora viventi come Nino Di Matteo, contro il quale si scaglia Forza Italia, il partito che grazie all’alleanza con Salvini sta tornando nuovamente al potere. Giochi di potere, alleanze, inciuci, come amano chiamarli i politici. Scenari inquietanti che tornano a galla riemergendo dal torbido. Eppure Forza Italia respinge con sdegno ogni tentativo di accostare, contro la logica e l’evidenza, il nome di Berlusconi alla vicenda della trattativa stato-mafia. Il fatto che uno dei Pubblici Ministeri coinvolti nel processo – non a caso assiduo partecipante alle iniziative del Movimento Cinque Stelle – si permetta, nonostante questo, di commentare la sentenza adombrando responsabilità del Presidente Berlusconi è di una gravità senza precedenti e sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede. (Gioacchino Amato, La Repubblica). Dall’aula bunker voluta da Falcone e Borsellino, i magistrati del pool della trattativa escono stanchi, ma finalmente con la soddisfazione di aver vinto, almeno per una volta, contro l’arroganza dei collusi. Applauditi da una cinquantina di persone appartenenti alle associazioni Agende rosse e Scorta civica, ma anche da tutti quei cittadini onesti italiani che per anni hanno atteso la sentenza. Di Matteo ha ammesso la mancanza di solidarietà da parte delle istituzioni quando su di lui e sui colleghi sono arrivate addirittura accuse di eversione e di finalità politiche (Giuseppe Pipitone, Il Fatto Quotidiano). Una sentenza che Vittorio Sgarbi, deputato di Forza Italia, è arrivato a commentare definendo La condanna di Mori, Subranni, De Donno e Dell’Utri senza prove, un insulto allo stato di diritto. Il collegio giudicante ha accolto come prove i teoremi dell’accusa. Il processo ha celebrato il tentativo di ricostruire una storia che non c’è stata, in perfetta contraddizione con gli atti degli imputati. Sono certo – aggiunge Sgarbi – che la corte d’appello rovescerà questa assurda sentenza che umilia chi ha combattuto la mafia e catturato Riina. I fatti non sono opinioni. (La Repubblica). Non sappiamo se una qualche sentenza d’appello rovescerà la sentenza. Una cosa è certa: la trattativa, trattativa fu. L’Italia, quella onesta e portatrice di valori, è ancora gravida di speranza.

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