Io speriamo che me la cavo

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La fame nel mondo è assai. Il mondo fa schifo, io non ho paura a dirlo, perché sono il capoclasse, e certe cose posso dirle ( da Io speriamo che me la cavo).

Mister Sandman, I’m so alone
Don’t have nobody to call my own
Please turn on your magic beam
Mister Sandman, bring me a dream (Blind Guardian, Mr Sandman)

C’era una volta la fame nel mondo. C’era una volta la guerra, la dittatura, i morti ammazzati per mafia. La fame non è svanita, gli allevamenti intensivi producono tonnellate di carne e le ricchezze sono mal distribuite. La dittatura, quella vera, ancora esiste. Pensiamo alla Cina, al medico obbligato a scusarsi pubblicamente per poi trovare la morte “di” Covid-19 (e non “con”). In Italia molti intellettuali gridano allo scandalo, alla dittatura. Andrea Bocelli si è dilungato in uno sfortunato sproloquio secondo cui si sarebbe sentito offeso durante il periodo di lockdown, nonostante la sua abitazione sia una lussuosa villa immersa in un parco con piscina. D’accordo le scuse, almeno nei confronti delle tante vittime. Poi c’è un Davide Rondoni che inneggia alla libertà, ahimè, perduta. Mentre la folla si ammassa in spiaggia, e la distanza fra gli ombrelloni a noleggio non rispetta la sicurezza tanto deprecata da chi vuole godersi in santa pace il mare. La gente vuol lasciarsi alle spalle marzo, chiudendosi in ottuse improvvisazioni. Dunque via con i pranzi in famiglia, i ritrovi fra amici, lo scambio di bacetti fra parenti, già da maggio. Ma non è che siamo forse un tantino ottimisti? Le Canarie hanno fatto girare un video che spiega ai profani come, purtroppo, il virus non decida se i pranzi in famiglia siano giusti o sbagliati, ma possa trasmettersi soprattutto nei luoghi chiusi come di solito sono i ritrovi fra consanguinei e non. Mentre il Tar del Lazio spende le sue esimie energie per svelare i segreti dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico per scoprire gli altarini dell’emergenza (Marcello Mazzola), il virus gira liberamente. Ad allarmare i così detti “scienziati”, cioè quanti masticano di Scienza senza necessariamente essere virologi, è per prima cosa la differenza fra questo virus e quello dell’influenza. Mentre il virus influenzale nei periodi caldi svanisce, questo persiste, miete ancora vittime. Quanti credano che l’Italia sia un’isola invincibile e marzo lontano anni luce, sbagliano di grosso. Perché se il virus avesse le stesse fattezze di quello influenzale si sarebbe nascosto per poi ripresentarsi mutato nella stagione autunnale anche in quei Paesi dove il clima è simile a quello italiano. E invece sta riprendendo piede in Spagna, Francia, Germania. Il primo campanello d’allarme, dunque, è la mancanza di corrispondenza fra modelli climatici e carica virale. Laddove le radiazioni ultraviolette hanno certamente effetto sterilizzante e abbattono la carica, il numero dei contagi italiani è costante e sembra anche in lieve ripresa, a fronte di contagi sempre più elevati in molti altri Pesi del mondo. Ciò sta con molta probabilità a indicare come le strutture ricettive italiane non siano in grado di assicurare un’aria salubre al’interno dei locali, ma nemmeno all’aperto, dove il virus, per quanto con probabilità minore, riesce comunque a trasmettersi. Se il virus “non è una fucilata” (Ilaria Capua), non è nemmeno magia trascendentale. La sua esistenza è correlata alla convenienza di infettare il maggior numero di esseri umani e circolare liberamente nel mondo, finché non troverà la così detta barriera dell’immunità di gregge…Ma sappiamo anche che questo virus muta rapidamente, originando ceppi differenti. E’ lecito porsi la domanda: saremo in grado di produrre un vaccino prima di un’eventuale mutazione che giochi a nostro sfavore? C’era una volta la fame nel mondo, c’erano le guerre, le dittature. Quanti ancora gridano alla mancanza di democrazia, non comprendono appieno la situazione , che deve essere vista alla luce di quanto accade nel resto del mondo, così come in gennaio avremmo dovuto allarmarci e prepararci per quanto stava accadendo in Cina. Ecco allora l’altra questione che emerge con urgenza: è quasi agosto, e nessuno si sta chiedendo se le strutture ospedaliere siano davvero attrezzate per far fronte a una nuova ondata. Il presidente Conte ha chiesto la proroga dello stato di emergenza, senza il quale non sarebbe possibile attuare nemmeno la CROSS. Un possibile scenario a tale mancanza, sarebbe la ripresa della pandemia in quelle regioni finora risparmiate, ma prive di respiratori e posti in terapia intensiva. Ponendo che quanti abbiano contratto il virus abbiano una immunità ancora attiva, la Lombardia potrebbe essere interessata da una pandemia di minor entità, mentre strutture ospedaliere di centri minori si vedrebbero costrette ad attuare la CROSS per pazienti giovani e gravi, magari proprio volta al Nord Italia. Perché nell’ultimo periodo l’età media dei pazienti è calata: in media quaranta. E se i decessi di marzo dichiarati dichiarati dalla Protezione Civile non coincidono con i dati in mano all’INPS, è probabile che quelli attuali siano superiori a quelli dichiarati, salvo autopsie che attestino la presenza del virus. Chi grida allo scandalo della mancanza di democrazia dovrebbe riflettere anche su scenari futuri riguardanti un virus su cui la ricerca si sta battendo e di cui si sa ancora poco. I banchi monoposto non sono la priorità, in questo momento, e la DAD, nonostante quanti ci si sono avventanti con disprezzo, ha funzionato, seppur in modo non del tutto esauriente per le discipline che richiedono la presenza. Gli Stati Uniti stanno pagando a caro prezzo la mancanza di assistenza sanitaria a modello italiano, e almeno su questo fronte il nostro Paese può andarne fiero. Tolta la sguaiata Meloni e tolto il razzista Salvini, lo scenario politico sarebbe certamente in grado di respirare aria più pura. C’è solo da augurarsi che gli ospedali dei centri minori si siano attrezzati per una seconda ormai probabile ondata, questione che manca da qualsiasi testata giornalistica italiana a dispetto di ogni altra accesa polemica sugli insegnanti che “hanno lavorato poco”. Il virus non è stagionale, eppure è innegabile che risente dello stile di vita: stare all’aria aperta diminuisce le possibilità di contagio così come al primo freddo, costretti in ambienti chiusi, il virus sarà nuovamente libero di infettare il maggior numero di ospiti.

 

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I soliti mostri

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Ci sono nomi che non vanno fatti, delitti destinati a rimanere volutamente irrisolti,  malamente archiviati, falsamente dichiarati suicidi per nascondere verità inconfessabili.  Sono i nomi e i delitti dei soliti mostri. Scie di sangue. Testimoni  e presunti testimoni. Chi sapeva, chi ha taciuto. Chi era in procinto di essere processato, e ha avuto strani malori. Siamo nei dintorni di Firenze, è il lontano 1968, i tempi turbolenti della Contestazione dei nostri padri. Il duplice omicidio di una coppia di amanti passa all’apparenza inosservato fino al 1982, quando vengono rinvenuti alcuni bossoli identici a quelli utilizzati per gli omicidi attribuiti al Mostro di Firenze. Un mostro che in realtà non è mai esistito, perché si è trattato di un pervertito a più teste, rappresentato da una serie di mandanti di secondo livello sempre insabbiati e ben radicati nel tessuto sociale dell’apparente normalità. Del resto, escissioni perfette e tagli chirurgici non potevano che essere frutto di mani sapienti avvezze a usare strumenti di precisione. Apparente normalità alternata a stragi. Vite noiosamente borghesi di danarosi pronti a spartirsi i feticci dei delitti. Volti benestanti di professionisti tuttora in vita, che esercitano la professione nella penombra del proprio studio, beandosi di quella che possono aver considerato una giovinezza un po’ turbolenta, sregolata come per i geni, a cui tutto può essere concesso. Dov’era, lo Stato? Non che delitti efferati o persone scomparse possano passare in prescrizione o cedere all’oblio. E che alcuni brutti magistrati preferiscano l’archiviazione, non assolve un Paese in cui i nomi dei veri mandanti restano oscurati per censura o insufficienza di prove. Quasi che l’elemento probatorio possa essere l’unico fondamento di una giustizia altalenante, soggiogata troppo spesso al danaro o ai trasferimenti d’ufficio. E’ un caldo pomeriggio di agosto persino nel Cadore, quel lontano 1975. Rossella esce di casa per una passeggiata, incontra un certo Guido, di cui pare fidarsi e del quale aveva scritto in alcune lettere a un’amica. Con lui, un ragazzo di nome Angelo. Le offrono un passaggio, così racconta a distanza di anni uno dei rapitori. La ragazza verrà narcotizzata, per essere condotta in una misteriosa villa sul Lago Trasimeno, di proprietà della potente famiglia Narducci. Secondo la testimonianza di Izzo, verrà seviziata da una dozzina di persone appartenenti a sette massoniche e infine uccisa. Siamo in agosto. Di lì a poco la scena si ripeterà per quella che verrà definita il massacro del Circeo. Guarda queste due come dormono bene, dirà uno degli aguzzini guidando tranquillamente l’auto, ignari della Colasanti sopravvissuta al massacro. Ma quante stragi silenziose,  quante donne scomparse si contano, dal 1975 al 1985? E perché dal 1968 al settembre del 1974 , e poi dal 1974 al 1981, sembra intercorrere una calma apparente? Nomi. Persone scomparse, mai più ritrovate. Cadaveri emersi dal lago, sottratti all’obitorio, poi sostituiti prima di essere sepolti. Famiglie potenti e legami massonici persino in quegli apparati dello Stato che dovrebbero assicurare una qualche forma di giustizia. Un taglio netto, deciso, come quello di un bisturi, fra verità insabbiata o messa a tacere e menzogna, follia, depravazione. Un giorno qualunque di una vita qualunque d’improvviso cessata di schianto. Il canto delle cicale di un’estate assordante soffoca nel silenzio la memoria delle vittime. Troppi anni, troppi testimoni uccisi, troppe voci messe a tacere. L’ultima estate di Elisabetta Ciabani, amica di Susanna Cambi – uccisa dai mostri in una stradina sterrata nell’ottobre del 1981- incrocia per caso quella del giudice Tricomi in ferie in una località poco distante da Ragusa, e quella dei due figli del colonnello Caruso, alloggiati nello stesso residence di Sampieri. E’ l’8 agosto de 1982, il mare risplende e le onde celesti si azzuffano per raggiungere, senza esserne capaci,  le barche tirate a riva. Elisabetta è in lavanderia per lavare delle lenzuola. Qualcuno forse la regge si spalle, mentre un altro cerca di colpirla con un coltello recuperato nella cucina dell’appartamento in cui Elisabetta stava trascorrendo la vacanza. Alcuni fendenti alle braccia, in un vano tentativo di difendersi. Poi all’addome, un ultimo al cuore. Caso clamorosamente archiviato come suicidio, laddove persino un taglietto toglierebbe lo slancio per colpirsi all’addome e poi al cuore. Le cicale assordanti accecano la lavanderia, la riempiono di luce bianca. Il sangue di Elisabetta trascolora, il suo nome svanisce nelle memorie collettive. Una bambina passeggia per le strade di Perugia. Suo zio le ha promesso un divertimento che cancellerà ogni tratto di noia dal suo volto. Di cosa si tratta?, chiede la bambina con innocenza. E’ un gioco. Un gioco che devi assolutamente provare. Così la bambina svanisce, inghiottita dal buio che uccide l’innocenza e lorda l’infanzia. La ragazza viene sentita dal pm Mignini: c’era una setta segreta dietro ai delitti e io ne facevo parte. Era coinvolto anche Narducci. Ma il procuratore capo decide di togliere il caso a Mignini e trasferire Giuttari, per procedere con l’archiviazione. Insabbiare, archiviare, dimenticare. Lasciare che le cicale trasformino il pianto e il dolore in luce assordante, eliminare persino i testimoni che hanno rinvenuto un cadavere nel Trasimeno, cancellare, annientare il vero, trafugare i feticci, distruggere la memoria. Ma almeno il corpo, quello riesumato, che mostra la frattura dell’osso ioide tipica del soffocamento da strozzatura e palesa l’omicidio contro il supposto suicidio teorizzato da Trio e per cui si è sempre – stranamente – battuta la famiglia, il corpo deve essere il suo. Troppo importante per svanire nel nulla. Gli altri nomi, quelli delle vergini rapite e finite nel giro delle sette, delle donnicciole misteriosamente scomparse, non hanno nemmeno il diritto a una sepoltura. Né alla giustizia, che mediocremente e ipocritamente latita nelle ville dei ricchi, sulle sponde tranquille dei laghi o nelle silenziose e fiere montagne del Cadore.

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Luci (e ombre) della ribalta

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George Floyd. Migliaia di articoli, la folla scende nelle piazze di tutto il mondo, i negozi americani vengono presi d’assalto, la polizia carica i manifestanti. Benvenuti in America. Ma l’Italia, l’Italia non è quella di Falcone e Borsellino, ammazzati nelle stragi di mafia? Non è quella di Serena Mollicone, uccisa da un comandante dell’Arma? George Floyd. I giornalisti si sono spesi a contare i secondi che compongono i minuti necessari a soffocare e uccidere un uomo. Già, quanto impiega a morire, un uomo accasciato sull’asfalto con gli agenti che gli premono le ginocchia sul collo, sulla schiena, sulle gambe? I can’t breath, officer, cerca di gridare negli ultimi istanti di coscienza. Ha chiesto aiuto per almeno una dozzina di minuti. Minuti durante i quali avrà pensato a sua moglie, a sua figlia di appena sei anni. Lo sguardo buono, le labbra grosse da afroamericano. Robusto, alto, sembra quasi chiedere scusa mentre viene messo in manette con l’accusa di aver pagato delle sigarette con una banconota da venti dollari che sembra falsa. E’ seduto in auto, gli agenti diranno che è ubriaco. Il video mostra come si lasci scivolare a terra dopo essere stato messo in manette. Non oppone resistenza, come invece verrà dichiarato dagli agenti. Sarà la terza volante, con a bordo Derek Chauvin e Tou Thao, a concludere tristemente la storia di Floyd. Please, grida Floyd, I can’t breath, ripete in lacrime, allo stremo delle forze. Così muore l’umanità. Nel grido soffocato di un afroamericano degli Stai Uniti, dove la Statua della Libertà simboleggia la libertà di ogni uomo e ogni donna. I can’t breath, e ti caricano sull’ambulanza mentre sei già in arresto cardiaco. Uno in più, uno in meno, non fa differenza. La differenza è nello sguardo rassegnato di sua figlia che risponde dignitosamente alla giornalista. I can’t believe. Non posso credere che l’umanità si riduca a un ginocchio puntato sul collo, per una ventina di dollari che forse erano falsi, e forse no. Pur di giustificare l’operato della polizia e trovare una motivazione plausibile alla morte ignobile, gli verrà persino eseguito un tampone faringeo. E’ stato il coronavirus, a causarne il decesso. Altra infamia a sommarsi all’infamia. I democratici s’inginocchiano, Trump commenta: I leader guidano, i codardi s’inginocchiano. E ancora. E’ il 6 giugno. A Buffalo,come in altre città del mondo, si sta manifestando contro la morte di Floyd. Un anziano attivista di settantacinque anni, Martin Gugino, si avvicina a un gruppo di poliziotti, mostrando forse un cellulare; in tutta risposta viene spinto con una manganellata da due agenti, Robert McCabe e Aaron Torgalski. L’uomo indietreggia perdendo l’equilibrio, cade rovinosamente a terra battendo la testa. Un rivolo di sangue fuoriesce dall’orecchio destro. Uno degli aggressori, Torgalski, sembra volersi chinare a soccorrerlo, mentre altro collega, forse un superiore, lo spintona avanti, fingendo noncuranza. Gugino resta a terra agonizzante, il cellulare gli scivola dalla mano destra. Nessuno di loro gli presta soccorso. I due agenti vengono sospesi, si dichiarano non colpevoli, vengono rilasciati senza cauzione e all’uscita dal tribunale ricevono l’applauso dei colleghi. Benvenuti in America, dove le ombre sono più intense delle luci. Dove va in scena la brutalità dei potenti, la vigliaccheria di chi usa le armi non per difendere il popolo.

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La DAD spiegata al mio pappagallo

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Foto di <a href=”https://www.dizy.com/it/foto/79366008″>Paola S</a> – contest Dizy <a href=”https://www.dizy.com/it/voce/pioggia”>pioggia</a&gt;.

Come gocce di pioggia sui vetri. Gocce che rendono sfocato il resto. La didattica prevede un insegnamento. Molti genitori sono convinti che la didattica a distanza nelle scuole superiori promuova una dottrina senza il mezzo, o meglio, dove il mezzo diventi di vetro trasparente, quando siano assenti le video-lezioni. Bisogna innanzitutto distinguere il webinar dalla video-lezione in senso stretto. Il primo è una lezione tenuta a distanza dall’insegnante, di fronte a una platea spesso assente, senza volto perché con la videocamera spenta e il microfono disattivato. La video-lezione è invece la registrazione di una lezione dove l’insegnante commenta parti di testo e spiega la lezione. Hanno il vantaggio che possono essere riascoltate, pur non potendo fruire di una lavagna. Le video-lezioni di inglese sono utili nella comprensione della pronuncia, ma senza webinar sono prive di un riscontro verbale con il discente. Dunque per certe materie si dovrebbe unire la video-lezione al webinar. Per le discipline pratiche, invece, il discorso è diverso. La video-lezione può essere solo un supporto ulteriore, come in una lezione frontale fra studenti e docenti. Il webinar può risultare controproducente, in quanto si rischierebbe di spendere la mezzora consentita in un vuoto e sterile elenco di operazioni da svolgere, impossibili da mettere in pratica. La strategia più indicata è la presentazione in Power Point, dove alle operazioni o alle definizioni si uniscono schemi, immagini, ingrandimenti di preparati che possono essere studiati virtualmente dal singolo discente con i tempi che lo ritiene, ma che di fatto non possono essere verificate se non con estrema lentezza dal docente, e solo a livello teorico. Di didattica a distanza si è venuto a parlare esclusivamente in tempi di emergenza Covid. Nessuno avrebbe mai immaginato una pandemia a livello mondiale di questa portata. I primi sentori si erano avuti a gennaio, quando le immagini di Wuhan preoccupavano pochi italiani, mentre la maggioranza era pronta a storcere il naso e a fare spallucce contro i così detti disfattisti. Ma i pressapochisti avevano i giorni contati, e di lì a poco avrebbero dovuto misurarsi con la DAD. In nome della salute pubblica, si è ritenuto di chiudere le scuole. Assicurare l’educazione come diritto fondamentale è stata la priorità che tutti gli italiani hanno dovuto gestire. Dai genitori costretti a lasciare a casa il figlio per recarsi al lavoro, ai nonni inizialmente strappati alla tranquilla pensione per gestire pargoli scalmanati, ai ministri, che hanno dovuto seguire l’andamento della curva epidemica per poter prendere una decisione che non li ricoprisse del tutto di fango. Per poi giungere agli studenti, all’inizio definiti dai giornalisti come tanti burattini svogliati, fino a cambiare opinione con il dietrofront mediatico di ragazzi costretti a casa, segregati, depressi. E infine loro, gli insegnanti tanto disprezzati. Mentre infermieri e medici di alcuni reparti venivano messi in ferie d’ufficio piuttosto che riutilizzati in altri ambiti, e le visite di controllo venivano bloccate in tutti gli ospedali italiani, gli insegnanti lavoravano nell’ombra. Costruendo file, studiando immagini da ritagliare e inserire nelle slide, snellendo procedure, semplificando esperienze. Una scommessa dura, per la scuola italiana, che non si era mai ritrovata in una situazione simile, nemmeno nell’immediato dopoguerra. E i genitori, ringalluzziti dall’assenza materiale degli insegnanti ridotti a uno schermo o menomati dei propri laboratori, hanno preso voce in capitolo. La scuola tal dei tali offre video-lezioni, la tal altra no. Naturalmente non è mai esistita, né esisterà mai, una scuola che fa e un’altra che non fa. Perché ogni scuola offre discipline diversificate, e ogni materia comporta spesso la convivenza di due insegnanti con metodi e mezzi differenti. In nome della libertà didattica di ciascun docente, le lezioni vengono concertate con indicazioni precise, video-lezioni, webinar, power point, link ai quali accedere, classi virtuali a cui purtroppo non tutti gli studenti accedono, creando situazioni complesse che amplificano le necessità di tutti. Sempre con un occhio al tempo massimo con cui ogni studente può rimanere connesso, in quanto equiparati ai lavoratori telematici, e che non possono essere i tempi scolastici. Tempo massimo che ogni insegnante dovrà gestire nelle sue classi virtuali pollaio. Così che il suo cellulare prenderà a squillare giorno e notte, perché tutti i commenti e la restituzione dei compiti avvengono per via telematica, studente per studente. Cumuli di compiti virtuali accatastati in qualche segreta cartella del pc, che non deve essere conservata sul desktop, in quanto vi potrebbe accedere chiunque – ma chi mai avrà accesso alla cartella del vostro desktop, se non un ladro? E non è tutto. Le lezioni dovranno svolgersi in ambiente neutro, in stanze spersonalizzate, senza foto o altri oggetti che rimandino alla vita privata dell’insegnante. Ogni lezione dovrà essere accuratamente svolta lontano da altri componenti della famiglia – quindi l’insegnante dovrà assicurarsi di: legare il cane; chiudere il pappagallo in un luogo da cui non possano giungere i suoi richiami; legare il marito, così che non possa intrufolarsi nella stanza; legare e imbavagliare i figli, così che non possano fare le boccacce agli studenti.

DAD starebbe allora per didattica ad discendum, didattica per imparare. Apprende lo studente come l’insegnante. Un nuovo metodo, una nuova didattica, che a settembre potrà essere rafforzata e, in previsione di una prossima pandemia, potenziata. Potranno davvero esistere classi con divisori e schermi? Il distanziamento sociale sarà impossibile negli spazi in cui le discipline pratiche impongono distanze minime e strumenti da utilizzare per gruppi con movimenti rapidi e spostamenti d’aria. L’ottimismo dell’estate potrebbe svanire al primo freddo, arrestando attività che devono necessariamente cedere il passo alla sicurezza dei cittadini. Sarà una nuova vita, più precaria di quella precedente, ma non meno felice.

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I virus non sono democratici

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E’ per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l’essere circondati, l'”esser dentro” […]. Ecco perché nessuno che sia felice può sapere di esserlo.

Theodor W. Adorno, Minima moralia.

Più che domandarci  chi si approfitterà di questa crisi, chi saprà sfruttare la nostra paura degli altri? (Leila Slimani, Corriere della Sera, 23/03), dovremmo chiederci: quanto eravamo felici, prima? E quanto siamo consapevoli, oggi, della felice noncuranza con la quale procedevamo a grandi passi nella vita? In realtà si può essere felici anche lasciandosi scivolare all’interno di se stessi. Analisi spesso torbide o dolorose, ma dalle quali si esce rinforzati. Un momento per giudicare i nostri ieri, senza mostrarsi troppo esigenti. Confinati dentro noi stessi, come prima di venire al mondo. Che è la condizione cui accenna Adorno, cioè la felicità dell’essere dentro. Una condizione in cui è scivolata il mondo intero. Il presidente della regione Fontana annuncia una possibile diminuzione dei contagi, ma in Spagna i morti sono quasi cinquemila, mentre in Francia e nel Regno Unito iniziano a morire anche ragazzi: Chloe aveva ventun anni e nessuna patologia pregressa, così come Julie, appena sedicenne e con “solo un po’ di tosse” , intubata troppo tardi dai sanitari perché il tampone era inizialmente risultato negativo. I medici francesi parlano di una forma aggressiva di coronavirus. Ma è davvero così? Per quale motivo in Lombardia i dati dei decessi sono tanto allarmanti? Si tratta di un’anomalia, ammette la virologa Ilaria Capua riferendosi all’epidemia lombarda. Milleottocento trentenni bergamaschi sono affetti da polmonite, mentre in tutto il Paese i maschi sono maggiormente colpiti rispetto alle donne con un rapporto di otto a due. Un outlier, quello lombardo, che gli scienziati non riescono a spiegarsi, e purtroppo di questo sciame virale non vi è traccia nella banca dati. In Italia alcuni gruppi di ricerca stanno sequenziando e comparando il genoma virale, per dare una logica all’aggressività lombarda, sostiene la Gismondo, quasi a voler rimediare alla precedente affermazione che definiva il COVID-19 come poco più di una banale influenza. Se fosse possibile comparare i dati del ceppo lombardo con altri dove la situazione è altrettanto drammatica, forse saremmo in grado di venirne a capo. Ma i tempi sono lunghi: spesso i gruppi di ricerca vengono impiegati per potenziare le analisi sui tamponi, che rappresentano una mole di lavoro talmente vasta da spalmarsi anche su orari notturni. Potrebbe inoltre rivelarsi un vicolo cieco, perché è più probabile che le mutazioni virali originino ceppi dotati di minor virulenza. Finché si riesce a mitigare lo tsunami dei contagi, il rischio sarà basso. Preoccupa ancora la situazione della Gran Bretagna e di quei Paesi che finora stanno attuando misure blande di contenimento sociale: l’Inghilterra è un esperimento vivente, ha deciso di tentare la strada del buiseness as usual, osserva ancora la Capua, e in un solo giorno (27/03) ha registrato più di cento morti, con il premier Boris Johnson stesso positivo al coronavirus. Senza dimenticare che l’immunità di gregge tanto evocata potrà essere raggiunta solo con la vaccinazione, e prima ancora con un costo immenso di vite umane. A San Pietro il papa prega contro l’epidemia, di fronte a una piazza desolatamente vuota e bagnata dalla pioggia.  Nemmeno Dio è in grado di arrestare la pioggia torrenziale del coronavirus che sta imperversando nel mondo. Laddove in tempi di emergenza, l’idea geniale delle maschere subacquee riadattate con valvole stampate in 3D stravolge il consueto iter dei protocolli e delle forniture ospedaliere incontrando appieno il favore dei medici. Nessuno Stato possiede una sanità pubblica tanto efficiente come quella italiana: il sistema medico italiano è migliore di quello americano. L’Italia ha pagato il prezzo più alto [preservando] gli anziani con patologie, nota Edward Luttwak al programma di Giovanni Floris, mentre negli USA si sopravvive alle patologie solo con un reddito altissimo. Non si sprecano tuttavia le osservazioni di politici dell’opposizione e anche di intellettuali poco pragmatici, gridando alla limitazione della libertà personale che potrebbe prefigurare addirittura una dittatura. Un grido che suona come uno scandalo, perché la Cina ha quasi vinto la sua battaglia esclusivamente grazie a misure radicali che in Italia sono state solo in parte messe in atto, mentre i nuovi contagi, tuttora presenti, sono per lo più dovuti a contagi di ritorno. Il primo obiettivo che l’Italia deve allora porsi, allo stato attuale, è rallentare il contagio senza l’illusione di esserselo lasciati alle spalle: il virus continuerà a circolare per diversi mesi in tutto il mondo e entro la fine dell’anno sarà diffuso ovunque (I.Capua). Estremamente problematico risulterà richiamare all’attenzione la popolazione stremata dall’immobilità claustrale, proprio mentre ci avviciniamo all’estate e a tempi che tradizionalmente associamo alle agognate vacanze: R zero deve scendere sotto uno, riaprire le attività è molto pericoloso, ammonisce il prof. Antonello Maruotti. I virus, purtroppo, non sono democratici, non conoscono la dittatura, non si fermano davanti alla poesia o al profumo dei fiori. I virus non aspettano (I.Capua), sono soltanto invisibili macchine da guerra che mirano a invadere un organismo. Siamo al ventisette di marzo, i numeri dei decessi continuano a crescere: ben novecentosessantanove, con una letalità che in Italia sembra viaggiare intorno al 10%. Si tratta in realtà di una letalità apparente, molto più alta rispetto agli altri Paesi  in quanto motivata dall’attuazione di tamponi solo su casi gravemente sintomatici. Questo aspetto, ipotizzano gli esperti, dimostrerebbe che il numero dei contagi è in realtà molto maggiore rispetto a quelli rilevati. Ciò che sta sotto, il sommerso, si dimostra essere un oceano più vasto dei casi segnalati. Probabilmente il picco tanto atteso non ci sarà, perché potrebbero prospettarsi più picchi, con tempistiche differenti da regione a regione. Maruotti ribadisce in proposito: Non sappiamo quando raggiungeremo il picco, sappiamo che esistono tre velocità differenti. Il Nord probabilmente si riprenderà prima, ma quale scenario si prospetta per il Centro-Italia e per il Sud, dopo la fuga di massa? Già oggi in Calabria si sono segnalati il 25,7% in più dei contagi. Segno che quanto accade oggi è il riflesso dei contagi avvenuti quindici giorni prima. Parigi, Dubai, Madrid, New York. Capitali europee e d’oltreoceano trasformate in città deserte e alienanti. E ancora: Firenze, Milano, Roma. Nessuno che passeggia o assapora la primavera. Da tutto questo disastro apocalittico emerge ancora una volta la figura femminile, la rosa quadrata (Capua), maggiormente protetta rispetto a quella maschile probabilmente grazie al ruolo degli estrogeni. Un segno di speranza e di vita che trionfa sul dolore e sul vuoto.

 

 

 

 

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Dove stiamo andando?

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Someone will call
Something will fall
And smash on the floor
Without reading the text
Know what comes next
Seen it before
And it’s painful… (The Sun & The Rainfall, Depeche Mode)

La verità. La verità sta nelle immagini. Parla Borrelli: Bisogna denunciare chi fa circolare fake news.  Come ogni sera inizia a narrare del bollettino di guerra. Non ci sono problemi di ricoveri. Chi sta a casa ha dei sintomi lievi e non necessita di un ricovero ospedaliero. Inizia a enumerare i guariti. Quasi che i guariti possano far scomparire i nuovi contagi, e il numero dei morti, quest’oggi altissimo. Nella giornata del venti marzo, fino alle ore diciotto, si contano seicentoventisette morti. Durante la conferenza stampa della Protezione Civile i giornalisti chiedono timidamente se il numero elevato possa in qualche modo essere correlato alla crisi del sistema sanitario. A noi risulta che [gli ospedali] fanno la “cross”, risponde Borrelli. La cross è un sistema che consente di trasferire i pazienti fuori regione. I più fortunati vengono trasferiti altrove. Gli ultimi, quelli che si ammalano a marzo inoltrato, non hanno molte chance. Il virus uccide in primavera, quando il sole riscalda e le giornate si allungano. Forse sarà così fino all’estate. Molti giornalisti chiedono le motivazioni secondo cui, a distanza ormai di settimane dal dpcm, la situazione resti ancora invariata. E attendono il picco col fiato sospeso. Ma l’Italia, come aveva ammesso il direttore del reparto di Malattie Infettive Massimo Galli, dovrà ingoiare l’amara medicina di sperimentare per primo in Europa l’emergenza e,  ingoiarla tutta, fino in fondo: il numero dei decessi, in data diciannove marzo, sarà nettamente superiore a quello della Cina. E molto probabilmente, stando alla crescita vertiginosa, supereremo la Cina anche per numero di contagi. Di questo bisogna essere consapevoli. Per non illudersi. Per affrontare l’evoluzione pandemica con freddo realismo. Le motivazioni del numero sempre crescente di contagi  si palesano ai nostri occhi da giorni. Le metropoli e le città d’Italia non si sono ancora svuotate. Sono molto meno frequentate, ma non sono deserte. Nelle metropolitane la gente non mantiene le distanze, si respira addosso, non indossa le mascherine. Mascherine sì, mascherine no. Solo in Italia ci siamo posti il dubbio di indossarle. La Gismondo si era espressa, settimane fa, sostenendo che fosse meglio indossare mascherine di carnevale. Non sono mancate le battute sul governatore Fontana, che indossando – in maniera buffa – la mascherina davanti alla telecamera, ha contribuito ad aumentare le polemiche, più volte sedate dalla Protezione Civile, che ha ribadito l’inutilità di indossarle e la necessità di lasciarle al personale sanitario. Senza ammettere che la fornitura dei dpi al personale sanitario è obbligo dello Stato. Ci sono volute le parole del vicepresidente della Croce rossa cinese Sun Shuopeng, a fare chiarezza e ad ammonire gli italiani: Le persone non indossano le mascherine, ci sono ancora troppe persone in giro, il trasporto pubblico è ancora attivo e si mangia troppo nei ristoranti e negli hotel. Il ruolo della Protezione Civile appare un pasticcio continuo, un nascondere malamente la verità per rabbonire i cittadini ormai diffidenti, ma ancora tentennanti sul da farsi, ancora inclini a dubitare sulle misure eccessivamente restrittive. Laddove nella Spagna di Sanchez la popolazione ha contestato il sovrano Felipe VI con una cacerolada, proprio durante il suo discorso al popolo: Questo virus non vincerà. Siamo più forti come società…siamo una società in piedi di fronte a qualsiasi avversità. Una contestazione nei confronti di un governo che ha sottovalutato l’epidemia e non ha assunto per tempo le misure di sicurezza necessarie. In Spagna non ci sono runner, non girano coppie a spasso con il cane, né ragazzi al cellulare. Il governo ha adottato misure più drastiche e restrittive, a fronte dei suoi ventimila contagi e mille morti. Misure a cui il governo italiano sta ancora lavorando, nonostante il 21 febbraio sia ormai un pallido ricordo. La verità, dicevamo. La verità sta nelle immagini dell’esercito che nella notte trasporta pietosamente i feretri in altre regioni. Perché la Lombardia non è nemmeno più  in grado di cremare i propri morti. I camion procedono in fila. Sono morti con il Covid, sostiene la Protezione Civile, e non di Covid. Il professor Burioni ha spiegato chiaramente come la causa sia il Covid, e non si possa trascendere la polmonite interstiziale. La comorbidità è soltanto un aggravante della situazione precaria in cui versano tutti i pazienti. Si ha fame d’aria. Quella fame soffocante che non hanno più i morti adagiati nelle bare, collocate una in fila all’altra. Seicentoventisette morti, alle diciotto. Saliranno, saliranno ancora. Finché finisce il giorno. Nel servizio di Piazzapulita del 19/03 le telecamere svelano la verità che da giorni era trapelata nell’ospedale di Treviglio (BG). I malati sono accatastati nelle stanze, nei corridoi, nelle sale riadattate. E non vediamo solo anziani. Molti sono giovani. Uno di questi, giovane, è in insufficienza respiratoria, deve essere trasferito in un altro centro per mancanza di disponibilità dei posti letto. Viene intubato, trova miracolosamente un posto a San Donato. In attesa ce ne sono altri tre. Si rimedia con la Cpap, che non è sufficiente. Di fronte a questa crisi parlano le immagini. Parlano i numeri. Non si muore con il Covid, si muore di Covid. Bisogna avere il coraggio di ammettere che le file silenziose dei morti sono dovute al Covid. Così racconta nel suo video diario  un rianimatore di terapia intensiva dell’ospedale di Treviglio: Lunedì sedici marzo duemilaeventi, ore nove e trenta, mi sembra di vivere un viaggio senza ritorno. Nella notte si è presentato un giovane di quarantasette anni in grave insufficienza respiratoria al quale ho dovuto proporre l’intubazione e la ventilazione. Mi ha detto: “Mio suocero è già morto e adesso tocca a me. Faccia il possibile, dottore. Ora la partita è nelle sue mani. Avvisi la mia famiglia”. Una promessa, da parte mia. Un impegno. Un patto con il paziente che non sapevo come difendere nel tempo. E poi, la sola comunicazione con i parenti al telefono, non consona per noi rianimatori. Molto arida e stringata. Che si conclude sempre con la solita frase: “Auguri, ci risentiamo domani”. […] Diciassette marzo duemileventi. Ore ventidue. In questi tempi ho superato il solo esercizio della professione medica. Riesco ad andare oltre la scienza. E poi? Essere sempre pronto per quella domanda che non vorresti mai sentirti fare: Dottore, quanto mi rimane? Rotto il silenzio, rimango io con il mio paziente. Il momento più vero, più solenne. La Lombardia è entrata ormai nella quarta settimana di delirio. Le persiane di metallo abbassate, per pietà. Una preghiera del parroco, senza familiari, e poi via in una cassa. Non ci sono più ventilatori. Peter Assembergs, direttore dell’ospedale di Bergamo, ammette: Entriamo in una terra incognita. […] Aumenteranno i morti. Parlano le immagini, parlano i numeri. Dobbiamo trovare il coraggio di ammettere che stiamo entrando in una terra sconosciuta e si continuerà a morire di Covid. Una landa devastata da bombe invisibili, dove l’aria diventa rarefatta. Una terra di cui nessuno conosce ancora i confini né i limiti.

 

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Cara Italia

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Cara Italia, cari italiani, in questo momento così difficile vorrei dire a tutti voi che lottate contro il virus che non siete soli, Ursula Von Der Leyen (12/03/2020)

 

Un giorno di febbraio le scuole si sono chiuse, e per uno strano scherzo di carnevale, non hanno più riaperto i battenti. Era il venerdì 21 febbraio, quando qualcuno mi accennò del primo italiano contagiato. Un brivido mi percorse la schiena. Osservando i casi che si erano verificati in Cina, ero convinta che avrebbe raggiunto anche il nostro Paese con le stesse conseguenze. I colleghi si mostravano tranquilli: ha una mortalità molto bassa, rispetto alla SARS che stava intorno al 10%, sostenevano con un sorriso. Io invece ho paura, mi lasciai sfuggire, e proseguii il lavoro con una certa tensione. Da quel giorno che sembra lontano anni luce, i cambiamenti sono stati silenti, striscianti, ma gradualmente radicali. Con l’aumento dei casi di contagio in Lombardia e il propagarsi dei focolai nelle altre regioni, il governo si è visto costretto ad assumere misure contenitive. E’ accaduto senza che nessuno potesse prepararsi a questa guerra. Una guerra indecente, perché il nemico è invisibile, non abbiamo il tempo necessario per approntare un vaccino e distribuirlo alla popolazione. Una guerra immorale, perché questo virus è subdolo e colpisce soprattutto le fasce più deboli: anziani, malati, pazienti defedati. Una guerra oscena, perché i pazienti si trovano ricoverati in isolamento senza poter ricevere  visite, né l’ultimo saluto da morti: una procedura severa impone che il feretro venga trasportato al cimitero senza funerali, solo con l’omelia del parroco che accompagna frettolosamente la salma alla sepoltura o alla cremazione. Una guerra, infine,  che è il contrario della guerra: anziché scendere in trincea, dobbiamo starcene a casa reclusi fra quattro mura, con l’unico sollievo della finestra o, per i più fortunati, del giardino. La pandemia è ormai irrefrenabile a livello mondiale. No, non siamo soli. Eppure c’è un Paese che non soltanto non sembra voler assumere misure contenitive, ma addirittura rema nel senso contrario: è il Regno Unito capeggiato dal primo ministro Boris Johnson, secondo il quale i provvedimenti non sarebbero necessari. Le scuole rimarranno aperte, i pub affollati come ogni fine settimana, il flusso si è mostrato regolare agli aeroporti: all’aeroporto di Londra Stansted ai passeggeri arrivati con uno degli ultimi voli dall’Italia del 12 marzo – quindi dal paese europeo con il più alto numero di contagiati e morti a causa dell’epidemia –, non è stato fatto nessun controllo all’arrivo (Il fatto quotidiano, 14/03). Una decisione che non sorprende, in quanto assunta da un Paese uscito a tutti gli effetti dall’Unione Europea alle 23 del 31 gennaio di quest’anno. Triste presagio di una catastrofe annunciata, se il governo non dovesse varare misure simili a quelle assunte dall’Italia. Preparatevi a perdere i vostri cari, ha esordito Johnson alla conferenza stampa del 12 marzo. Subito dopo Johnson ha preso la parola Sir Patrick Vallance, consigliere scientifico del governo, secondo il quale è necessario che il 60% della popolazione britannica contragga il virus per sviluppare l’immunità di gregge, con l’attesa che il virus attenui la propria virulenza . L’immunità di gregge si ha quando un gran numero di persone sono immunizzate e o vaccinate, nel caso ci sia un vaccino, contro un’infezione. Come è ormai noto, per questo virus non è ancora stato approntato un vaccino, e i tempi di sperimentazione sono lunghi. Richard Horton, caporedattore della rivista scientifica Lancet, ha accusato il governo di giocare alla roulette russa con i cittadini: The UK government—Matt Hancock and Boris Johnson—claim they are following the science. But that is not true. The evidence is clear. We need urgent implementation of social distancing and closure policies. The government is playing roulette with the public. This is a major error. La comunità scientifica britannica si è coalizzata contro il governo, chiedendo che vengano adottate misure contenitive di distanziamento sociale, ma senz’apparente risultato. Nel frattempo la regina Elisabetta ha lasciato la residenza reale di Buckingham Palace per trasferirsi insieme al consorte Filippo in quarantena al più tranquillo Sandringham Palace di Norfolk, suggerendo un tacito disaccordo e una preoccupazione per la propria età avanzata. Giovanni Rezza, infettivologo dell’ISS, nota come lasciare il virus in circolazione possa causare un rapido collasso del sistema sanitario britannico: Mi pare veramente ridicola l’affermazione dell’esperto del governo britannico sir Patrick Vallance. Io ero già critico verso gli altri Paesi europei per i ritardi con cui si stanno muovendo, questa ultima uscita mi pare veramente incredibile. Il consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi evidenzia invece una concretezza terribile: [il Regno Unito] corre il rischio di essere investito in modo più violento rispetto agli altri e soprattutto può diventare l’area che mantiene l’infezione viva e latente, quando gli altri sono già riusciti a contenerla. L’Italia non è sola, certo, ma il suo destino è inevitabilmente connesso a quello degli altri Paesi. Il Regno Unito potrebbe figurare come serbatoio dei così detti contagi di ritorno, ma anche laboratorio incontrollato per ceppi nuovi. Nessun muro innalzato, nessuna barriera sarà in grado di arginare la pandemia. Favorire la diffusione di un virus a RNA con elevata mutazione potrebbe originare ceppi attenuati, come sostiene Sir Patrick Vallance, ma trattandosi di mutazioni casuali potrebbe anche rivelarsi un gioco pericoloso eticamente inaccettabile.

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If

China's Wuhan Coronavirus Spreads To Macau

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too.

Rudyard Kipling

Da un lato il bell’articolo di Beppe Severgnini, sul Corriere, L’orgoglio da ritrovare: noi siamo italiani. Dall’altro il discorso della portavoce del governo francese Sibeth Ndiaye, le sue critiche al nostro Paese, che ha preso delle misure che non hanno permesso di arginare l’epidemia, e in successione l’intervento di Christine Lagarde che causa il crollo delle borse. Da un lato l’accorato discorso di Conte: Se saremo tutti a rispettare queste regole, usciremo più in fretta da quest’emergenza. [..] Ogni individuo si sta giovando dei propri ma anche degli altrui sacrifici. Questa è la forza del nostro Paese: una comunità di individui, come direbbe Norbert Elias. Rimaniamo distanti, oggi, per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani. Dall’altra parte la teatrale mappa della CNN dove l’Italia compare come Stato-untore del resto del mondo, nonostante la mappatura genetica dei ceppi virali abbia poi mostrato come il virus sia nato a Wuhan e si sia poi spostato in Baviera, per contagiare infine il resto dell’Europa. E’ stato un gruppo italiano, il team di ricerca dell’Università Campus Bio-medico di Roma, a svelare il salto di specie dal pipistrello all’essere umano, avvenuto nei wet-market cinesi dove molti animali vengono venduti vivi per mancanza di frigoriferi. Probabilmente infettando un individuo attraverso un taglio o una ferita della pelle, oppure per via oro-fecale: è stato dimostrato che il virus è riscontrabile anche nel materiale fecale dei pazienti contagiati. Un salto dovuto a una mutazione casuale avvenuta durante la replicazione dei virioni. Un virus nuovo di fronte al quale nessun essere umano può mostrarsi pronto, ma per il quale si spera che nelle successive ondate epidemiche induca una immunità diffusa (“di gregge”) nella popolazione mondiale, diventando di fatto il quinto coronavirus responsabile dei comuni raffreddori. La speranza, dunque, è che diventi endemico e se ne affievolisca la virulenza. Sino ad allora, non è chiaro quanto tempo debba ancora trascorrere. Il picco in Cina si è esaurito da tempo, parte degli attuali contagi sono dovuti a un “contagio di ritorno” di quanti si recano in Cina. Un rimpallo che potrebbe verificarsi anche nel nostro Paese, poiché l’Italia oltrepassa i dodicimilacinquecento casi, mentre in Francia Spagna e Germania il numero dei positivi oscilla fra i due e i tremila. Inoltre, il numero più elevato di contagi si sta registrando in Lombardia, ma il timore più grande è che i focolai nelle altre regioni raggiungano gli stessi numeri in tempi differenti, con conseguenze disastrose soprattutto per il Centro-Sud. Intervistato a Piazzapulita, il coordinatore dell’unità di crisi Antonio Pesenti nota come La letalità non è alta, chi si ammala ha una probabilità individuale di morire piuttosto bassa, il 3%… La mortalità potrebbe essere invece piuttosto alta per la saturazione dei reparti di terapia intensiva: “Il Coronavirus è come la Spagnola, morirà tantissima gente. È una catastrofe sanitaria. Anche in Europa e nel resto del mondo i tempi di diffusione saranno inevitabilmente differenti, con scenari dai risvolti ancora poco chiari agli scienziati, se non vengono assunti provvedimenti radicali in grado di battere sul tempo i contagi. Un livello di diffusione globale evidente ormai da giorni; eppure il timore che potesse scatenarsi una psicosi collettiva su scala modiale ha spinto soltanto ieri l’OMS ad utilizzare il temine pandemia. In risposta al quale Donald Trump ha imposto il blocco dei voli dall’Europa, amplificando lo stato d’isolamento in cui finora sembrava trovarsi soltanto l’Italia. Il timore del presidente, che inizialmente aveva minimizzato il pericolo, è un’escalation di vittime senza precedenti in un Paese dove la sanità è privata e migliaia di persone non hanno le possibilità di curarsi. Come si evince dal documento COVID-19 – la malattia da nuovo coronavirus, redatto dall’editore Zadig e aggiornato al 27/02/2020, un’epidemia è definita come “la presenza di più casi rispetto all’atteso di una particolare malattia in una determinate area, o in uno specifico gruppo di persone in un determinato periodo di tempo” e può essere dovuta all’emergenza di un nuovo agente patogeno o a mutazioni genetiche di un agente già esistente, che lo rendono più virulento oppure anche alla recente introduzione di un agente in un ambiente dove non era presente prima, talvolta insieme anche a una diversa suscettibilità della risposta dell’ospite o a nuove modalità di contagio. Si parla invece di pandemia quando “un’epidemia si diffonde a più continenti o in tutto il mondo”. […] Attualmente la differenza tra pandemia ed epidemia segue solo un criterio di diffusione geografica, anche se psicologicamente una pandemia è percepita dall’opinione pubblica come più grave di un’epidemia. Percezione di pericolo che potrebbe incentivare le misure di sicurezza, e che ogni Paese è chiamato ad affrontare. L’Italia ha il grosso vantaggio di poter osservare l’esempio di Wuhan, ma anche quello di poter guardare negli occhi il virus con la forza dell’arcobaleno che trova eco sui social: Anche se l’Organizzazione Mondiale della Salute ha dichiarato ieri che il coronavirus deve ormai essere considerato una pandemia, e che nessuno può escludere il rischio che nelle prossime settimane il numero di vittime europee aumenti in maniera esponenziale, gli italiani resistono. (…) Ciò che c’è di straordinario in #tuttoandràbene – che poi non è solo un hashtag, ma anche un messaggio che si trova in tutt’Italia disegnato dai bambini su cartelloni e lenzuola appese ai balconi delle finestre – è il coraggio con cui tantissime persone stanno affrontando la situazione drammatica in cui si trova il nostro paese, Michela Marzano, Un arcobaleno contro la paura, Repubblica. Orgoglio, forza di spirito che caratterizza da sempre l’anima degli italiani, forza di credere in se stessi e unità nel momento più buio, al di là di ogni fazione politica, al di là di ogni ideologia.

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Cito longe tarde

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Dentro alle tute, dietro alle maschere filtranti, agli occhiali protettivi, si suda. Gli operatori non dovrebbero indossare i dpi per oltre le 4 ore massime consentite, ma c’è carenza di personale adeguatamente addestrato. I pazienti assistiti manifestano una grave insufficienza respiratoria ipossiemica che rapidamente peggiora in un quadro di ARDS (Sindrome da distress respiratorio acuto), che richiede ventilazione meccanica e pronazione almeno nelle prime 48 ore. Si tratta del 10% dei pazienti sintomatici. Potremmo ormai parlare di pandemia, considerata la vastità delle aree interessate e la rapidità estrema con cui il virus si diffonde. Una patologia, il COVID-19, che risparmia gran parte della popolazione se adeguatamente tenuta sotto controllo, ma che può condurre alla morte la maggioranza di anziani con patologie nonostante il nostro sistema sanitario stia dando il massimo. Un virus che come sottolinea Bernard Pivot è anticapitalista in quanto causa il crollo della Borsa, ecologista perché blocca il traffico aereo, puritano nella misura in cui  impedisce alle persone di toccarsi. Nelle ultime ore il giornalismo pare alla ricerca di una redenzione: Smettiamola di biasimarci l’un l’altro. Stiamo commettendo tutti degli errori, alcuni madornali. Altrimenti non saremmo a questo punto. Ma tutti abbiamo un’ottima giustificazione: la paura (Antonio Polito, Corriere della Sera). La paura è un sentimento umano. Abbiamo gridato allo scandalo della psicosi su milioni di social. Senza voler ammettere che in fondo ciascuno di noi ha paura. Paura di far parte di quel 10% di pazienti che saranno intubati e distesi proni, collegati a tubi e respiratori. Paura di rimanere soli in un reparto di terapia intensiva al quale i parenti non possono accedere. Paura, ancora, dell’indeterminato, di un evento di cui non è possibile prevedere né il termine né i connotati ma solo sfumature imprecise. Paura, dunque, di ciò che gli scienziati possono solo ipotizzare in quanto virus nuovo sfuggito alla foresta (I.Capua) soggetto a mutazioni continue. Come ammette il microbiologo Antonio Cassone, tutti noi dobbiamo rimproverarci qualcosa, persino il mondo della Scienza ha la colpa di aver ceduto a messaggi contraddittori e ad assurde contese. E’ giunto il momento di rispettare le regole.  Uno Stato democratico non ammette coercizione, ma per la prima volta nella storia mondiale la democrazia potrebbe seriamente nuocere al nostro Paese. Abbiamo assistito impotenti alla fuga verso il Mezzogiorno e il Sud Italia dopo la circolazione della bozza sul nuovo dpcm datato 8 marzo. Una reazione paragonata dal direttore del Sacco Massimo Galli a quella che si verificava durante gli anni bui del Medioevo. Cito, longe fugeas et tarde redeas: presto, fuggi lontano e torna tardi; sorta di motto con cui la popolazione veniva esortata a fuggire dai grandi agglomerati urbani in caso di epidemie estreme come la peste nera. Alberto Castelvecchi sottolinea come la bozza sarebbe dovuta restare segreto di Stato prima di essere firmata: i colpevoli di aver fatto trapelare la notizia dovrebbero essere accusati di alto tradimento. Al di là delle colpevolezze di alcuni e dell’inutile individuazione di un capro espiatorio, la decisione di rendere la Lombardia un’unica macroarea rossa era nell’aria da almeno un paio di giorni. La colpa più terribile sta nella mancanza di senso civico collettivo. Laddove i cittadini cinesi obbediscono, gli italiani si disperdono come un gregge in fuga. Il vero colpevole, dunque, è proprio quel popolo che dovrebbe marciare in un solo verso per evitare altri contagi. Perché se da un lato fuggono dal rischio di restare da soli, magari di ammalarsi, lontano da casa (A.Polito), dall’altro spostano il virus altrove. La popolazione non può affidarsi a un ipotetico vaccino: prima di essere commercializzato deve essere sperimentato, e la sperimentazione necessita di tempo. Nessuno è inoltre in grado di stabilire con certezza come questo virus possa rispondere al caldo e all’aumento delle temperature: l’OMS ammette come sia una falsa speranza che svanisca con il caldo. Possiamo immaginare che si affievolisca, ma non bisogna illudersi. Si palesa allora un’unica regola comune da applicare sull’intero territorio nazionale: uscire di casa il meno possibile osservando corrette pratiche igieniche ed evitando il contatto umano.

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Esseri umani e no

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L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia, A.Manzoni, I promessi sposi.

Il tempo. Il tempo è tiranno. Avremmo dovuto muoverci contro il tempo, subito, da quel 21 febbraio, quando era ormai evidente lo scenario che si sarebbe manifestato. La Lombardia è stata dichiarata per intero Zona Rossa. Ma adesso non è il momento di predicare. E’ tempo di agire. Re-agire. Modificando i nostri stili di vita, e primariamente, osservando una quarantena su tutto il territorio nazionale, non soltanto nelle zone rosse. Le relazioni umane vanno ridotte ai minimi termini, persino in seno alle famiglie. Altri focolai si stanno diffondendo in ogni regione d’Italia, mentre la situazione dei reparti di terapia intensiva lombardi e veneti è ormai al tracollo. In data sei marzo la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva ha  pubblicato un importante documento relativo all’epidemia, sulle raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti di terapia intensiva e per la loro sospensione in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili. Il documento ipotizza ragionevolmente uno scenario in cui potrebbero essere necessari criteri di accesso alle cure intensive (e di dimissione) non soltanto strettamente di appropriatezza clinica e di proporzionalità delle cure, ma ispirati anche a un criterio il più possibile condiviso di giustizia distributiva e di appropriata allocazione di risorse sanitarie limitate. Una situazione di emergenza di fronte alla quale dunque gli operatori della terapia intensiva non si baseranno più sul principio del first come, first served, bensì su una sorta di Shindler’s list secondo cui privilegiare la “maggior speranza di vita”. Tradotto, dover scegliere chi intubare (e far sopravvivere) e chi no, per mancanza di posti letto. Uomini e no, come in una guerra vera. Una guerra invisibile, silenziosa – gli intubati non parlano – dove si accede alle cure salvavita per fasce di età. Chi ha maggiori probabilità di sopravvivenza può accedere o proseguire nelle cure. Gli altri, quelli con patologie pregresse o gli anziani con minor speranza di cavarsela, sono destinati a morire. Uno scenario da film catastrofico, perché nel documento si ammette che Uno scenario di questo genere è sostanzialmente assimilabile all’ambito della “medicina delle catastrofi”. Finora l’immaginario collettivo è stato ridotto a incubi personali, all’elaborazione che ciascuno di noi è capace di introiettare. Alcuni sminuendo l’importanza dell’epidemia, altri richiamando l’interesse su argomenti traslati ovviamente in secondo piano, come le stragi di Idlib, i morti da inquinamento, e via dicendo. Nessuno nega l’importanza di tematiche che dovrebbero toccarci nel profondo in ogni momento della nostra vita. Molti quotidiani hanno marciato in questa direzione, puntando alternativamente i riflettori sulla colpevolezza di eccedere con le misure contenitive da coronavirus e sulle colpe dei governanti. Nella notte G. Conte è stato costretto a fare chiarezza sulla bozza di decreto fatta girare proprio dai media. Qualche quotidiano si è azzardato a titolare Conte fa fuggire il virus da Milano. Ma scarica la colpa sulle Regioni, (Il Tempo). Perché nella tarda serata migliaia di persone si sono affollate nella Stazione Centrale di Milano e a Garibaldi per assaltare i treni diretti al Centro-Italia e al Sud,  aumentando le possibilità di contagio di quella fetta di Paese finora risparmiata. Alla faccia della responsabilità individuale. Senza contare l’interrogativo di una sanità, quella del Mezzogiorno, che non brilla per apparecchiature di terapia intensiva e numero di sanitari disponibili. Anche il Messaggero non risparmia critiche: Coronavirus, Conte: In Italia chiusi cinema e teatri. Confusione da diffusione della bozza. Una diffusione di cui non è certo colpevole Conte, quanto piuttosto dei media che hanno la necessità di assicurarsi uno scoop. In questo senso, non si è mai visto un giornalismo tanto squallido come in questo ultimo periodo, dove gli attacchi al governo fomentano la paura e il disorientamento nei cittadini. Un giornalismo che nella maggioranza dei casi preferisce sacrificare il benessere del Paese per un articolo, diffondendo il panico piuttosto che tentare di far chiarezza o affrontare tematiche etiche di importanza immensa. Eppure è proprio un film catastrofico come The flu del coreano Kim Sung-su a far riflettere: i corpi dei contagiati vengono gettati in una fossa comune senza stabilire se sono vivi o meno, per poi dargli fuoco. Dove i potenti si interrogano se collocare in secondo piano il benessere dei cittadini di una città – Budang -rispetto a quello di un intero Paese. Una scelta meno cinematografica, ma non meno drammatica, di fronte alla quale si troveranno a breve gli operatori della terapia intensiva: scegliere chi ha speranza di vivere ancora, chi no.

 

 

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